La numero 13

Cristina Crippa ha gli occhi che sembrano spiritati mentre recita “la Numero 13″ di Pia Fontana in scena al teatro dell’Elfo questa settimana.

Regia di Elio De Capitani e in scena solo lei: Cristina Crippa. Marito e moglie, un binomio perfetto, un equilibrio ricavato da un affiatamento totale… non solo lavorativo.

Su un fondale completamente bianco, che andrà a tingersi di giallo man mano che le parole accompagnano lo spettatore attraverso questo monologo di follia che pare lucidità, lei parla, sorride, canta e si guarda intorno con occhi sgranati.

Non ho mai letto nulla di Pia Fontana ma mi ha incantato il susseguirsi delle parole recitate.

Cristina Crippa ha dato corpo a speranze e paure e follia, e  quello che scrive sul programma di sala rende molto bene l’idea:  ha  incamerato e poi ributtato fuori, in faccia ai pochi spettatori racchiusi in un teatro completamente stravolto dal punto di vista strutturale, stralci di vita reinterpretata…

Come avviene nella nostra mente a volte, in cui ci raccontiamo realtà differenti rispetto alla  quotidianità che viviamo tutti i giorni, mentiamo a noi stessi per stare bene, dipingiamo di giallo le nostre pareti per nascondere il bianco che ci sta sotto, perchè il bianco non ci piace…

E quindi colpi di pennellessa, gialli chiari, luminosi, belli… e poi la descrizione della numero 13, la tomba del cimitero monumentale, un angelo senza testa con ali dorate e il corpo blu, per sfuggire alla morte, all amiseria della vita, alla verità.

“Piccolina mia, quando noi moriremo andremo in putrefazione, ma tu no… tu no… tu sarai come questo angelo, con le ali dorate e il vestito blu… “

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E’ da anni che il mese di giugno è per me un mese difficile da affrontare.

Il caldo della notte di quando si inizia a dormire con la finestra aperta e poi capita di svegliarsi nel buio e sentire rumori di motori di auto che passano su strade lontane, manon abbastanza da non sentirle, e nell’immobilità i pensieri si muovono circolari; e poi al mattino, il sole pallido che filtra dalla tapparella ed una nuova giornata da affrontare, cercando di convivere con delle sensazioni che sai perfettamente che renderanno difficile il normale svolgersi della giornata.

Sarà prima la brezza estiva, sarà poi il sole dell 10 o la luce del pomeriggio, o l’odore dei sambuchi fioriit per poi arrivare al cielo del crepuscolo che fatica a diventare imbrunire. E poi l’estae incipiente che porta i pensieri fin troppo lontano.

Giugno è un malessere con cui non ho ancora imparato a convivere, nonostante abbia fatto un buon ordine nei miei ricordi.

Mi sento dentro come un dolore antico,  ed è la natura a richiamarlo ogni anno, ed è proprio per questo che non so come affrontarlo.

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Non conosce paura l’uomo che salta e vince sui vetri

Chi è? Chi è quell’uomo che cammina sui pezzi di vetro?
Chiariamolo subito, niente a che vedere col circo, non è un acrobata, nè un mangiatore di fuoco , ma un uomo che si misura con se stesso, sempre, che affronta il presente e il suo passato con coerenza, senza dubbi o rimorsi perchè una stella pare assisterlo.
Forse un santo, perchè solo così può essere chiamato oggi un uomo che porta avanti le sue idee, nonostante le estreme conseguenze, che cammina sui suoi cocci, che compie il disegno di vita scritto sulla sua mano, un uomo che si fa ferire l’anima solo con l’amore e null’altro…
e questi pezzi di vetro, questa vita, questa linea che gira, due anime e un tetto di capanna, quello che basta per riprendere forze e andari avanti.
L’amore che può ferirci così in profondità da farci morire dentro, senza essere tagliente come un coccio.
Una canzone sulla vita, una canzone sull’amore, una canzone sulle idee. Una canzone per chi è sempre dalla stessa parte.
“…però stai bene dove stai”

L’uomo che cammina sui pezzi di vetro
dicono ha due anime e un sesso
di ramo duro in cuore
e una luna e dei fuochi alle spalle mentre balla e balla,
sotto l’angolo retto di una stella.
Niente a che vedere col circo,
nè acrobati nè mangiatori di fuoco,
piuttosto un santo a piedi nudi,
quando vedi che non si taglia, già lo sai.
Ti potresti innamorare di lui,
forse sei già innamorata di lui,
cosa importa se ha vent’anni
e nelle pieghe della mano,
una linea che gira e lui risponde serio
“è mia”; sottindente la vita…
E la fine del discorso la conosci già,
era acqua corrente un pò di tempo fà..che ora si è fermata qua.
Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride..e sorride
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai…Però stai bene dove stai.

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Sono fuori moda

Sono fuori moda perchè

mi piacciono i miei capelli bianchi e non li tingo
perchè non posso indossare scarpe di vernice tacco 12, ma piuttosto scarpe basse con plantare,
perchè non credo nell’importanza degli accessori,
perchè la sera è 1000 volte meglio una cena a casa di un aperitivo fuori,
non mi depilo le braccia e non riduco ad un filo le mie sopracciglia,
non ho letto, non leggo e non leggerò “I love shopping”,
non penso che l’abito faccia il monaco,
perchè mi piace cucire sotto la finestra, come ho visto fare a mia mamma e a mio nonno molto prima di me,
perchè voglio saper fare un pane buono e fragrante,
preferisco un piccolo borgo alla città caotica,
perchè la sera mi faccio la tisana prima di dormire.

Sono fuori moda perchè non me ne frega niente di essere fuori moda.

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Gli strani scherzi della mente

Capita spesso ai miei neuroni di giocarmi degli scherzi singolari… è successo di nuovo questa mattina.

Oggi mi sono “astenuta” dall’andare a lavorare. Motivi di salute. Diciamo un po’ di raffreddore…

Mi sono messa vicino alla finestra perchè finalmente ho avuto il tempo per cucire l’orlo di un paio di jeans.
Infilo il filo nella cruna, inizio a cucire un punto dopo l’altro e improvvisamente, chissà poi perchè, mi viene in mente una preghiera, precisamente la preghiera dello scout.

Ho ripensato a ruota libera a quante volte l’ho recitata, nonstante non fosse la mia preghiera di compentenza; cerco di spiegarmi: le ragazze hanno la preghiera della Guida, i ragazzi hanno la preghiera dello Scout ed entrambe venivano recitate ad alta voce dai ragazzi prima e dalle ragazze poi, al termine delle funzioni religiose.

Come spesso avviene, anche per le cose più futili, ciò che è pensato per gli uomini è sempre più semplice e funzionale… e in generale a me piace di più; anche in questo caso, volendomi sforzare, la preghiera delle ragazze non mi torna più in mente. Dimenticata.

Quella dei ragazzi invece ce l’ho qui stampata nella testa, chiara, bella, la si voglia riferire ad un ambito religioso o no è comunque ricca di significato.
Io a 15 anni la recitavo insieme ai ragazzi, a bassa voce, per non farmi sentire.

Cucio un punto dopo l’altro e la recito tra me e me:

Fa’, o Signore, che io abbia le mani pure
pura la lingua, puro il pensiero.
Impedisci che io prenda abitudini
che rovinano la vita.
Insegnami a lavorare alacremente
e a comportarmi lealmente
quando Tu solo mi vedi
come se tutto il mondo potesse vedermi.
Perdonami quando sono cattivo
e aiutami a perdonare coloro che non mi trattano bene.
Rendimi capace di aiutare gli altri
anche quando ciò mi è faticoso.
Mandami le occasioni
di fare un po’ di bene ogni giorno
per avvicinarmi maggiormente al Tuo Figliolo Gesù.

Tutta qui, poche semplici parole alle quali non ripensavo più da tanti anni e che oggi, chissà da dove, mi sono ritornate alla mente e mi sono resa conto che averla recitata così spesso ha fatto davvero sì che io cercassi e cerchi di vivere tutt’ora con questi principi.

Forse ho perso il valore religioso… ma mi domando: alla fine era così importante?

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Il regime della fuffa

Ci risulta così difficile rinunciare a ognuna delle cose che abbiamo, quasi ci fossimo guadagnati tutto con il sudore della fronte e una fatica inenarrabile e tutto quello che è nostro ci sembra così dannatamente indispensabile al punto che ad ogni cosa che ci circonda sembra ci leghi un attaccamento difficile da sciogliere e che tutte quelle cose che abbiamo, normalmente sono tante, spesso troppe, anche se non lo vogliamo ammettere, non ci bastano mai e ne vogliamo ancora, ancora e poi ancora.
E’ il regime della fuffa che l’ha avuta vinta su tutto….
io per esempio difficilmente riesco a entrare in una libreria e a rinuciare a comprare un libro. E prima di comprarlo, tra gli svariati milioni di titoli disponibili, bisogna stare attenti a quel che si acquista… spesso sono pagine illeggibili ma confezionate a dovere per vendere.
Mi domando poi solo a posteriori se é così indispensabile riempire scaffali e scaffali di volumi quando le Biblioteche possono offrirci tutti i libri che vogliamo.
e poi…
Proprio non posso rinunciare al mio lavoro ben pagato anche se mi genera degli stress incalcolabili e tempi di viaggio disumani?
Pare di no, perchè il ben pagato mi permette di fare dei viaggi, di andare a teatro, di coprarmi dei libri per l’appunto…. di fare dei regali costosi se ne ho voglia, di mangiarmi fuori ogni tanto, tutte cose a cui non potrei mai rinunciare, tutte cose che io reputo ad una prima analisi INDISPENSABILI ma che alla fine di certo non lo sono.
Non vogliamo poi parlare dei lettore mp3, del pc portatile, di un cellulare “decente”, di una maglietta alla moda, e bla e bla e bla e bla. Non so quanto potrebbe essere lungo questo elenco o forse solo temo di scoprirlo.
Una vita più modesta ed essenziale dovrebbe diventare lo standard di ciascuno di noi per poter permettere al nostro pianeta di respirare, per poterci permettere di capire davvero cosa demarca la sfera dell’indispensabile e cosa ne è effettivamente smarcato. Ma forse anche per renderci conto di quanta fuffa ci circondiamo per sentirci soddisfatti. DI sicuro preferiamo non renderci conto che quanta più fuffa raccogliamo, più saremo insoddisfatti. La fuffa ci soffoca e ci toglie lucidità. La fuffa ci distoglie dalle cose importanti.
Abbasso la fuffa e viva l’autodeterminazione. Abbasso la fuffa e viva il sapere scegliere, abbasso la fuffa e io tiferò sempre e comunque per i cervelli pensanti che non si lasciano sommergere da tutto quello che vedono.
E poi ci devo mettere un po’ di impegno … ci vorrebbero valangate di giorni del “non acquisto” per far respirare anche me un po’ di più.

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L’anno del giardiniere

Immagine di L'anno del giardiniere
All’interno di Diario di qualche mese fa hanno pubblicato un piccolo estratto del “manualetto” di Karel Čapek, intitolato “L’anno del giardiniere”. Le illustrazioni semplici e il bel modo in cui quelle poche pagine erano scritte non mi ha fatto esitare nemmeno per un istante: quel libro DOVEVO leggerlo. In libreria pensavo di trovarlo nella parte dedicata alla manualistica e al giardinaggio, invece con mia somma sorpresa lo trovo tra i libri di narrativa.

Mi aspettavo un manuale di giardinaggio dall’approccio un po’ originale e alla fine mi  trovo tra le mani e sotto gli occhi un vero gioiellino che racchiude in poche pagine piccole  summe di antica saggezza che affronta con ironia e gentilezza un po’ “datata” e così difficile da trovare oggi, i problemi che il giardiniere, uomo non molto comune, sicuramente originale, impegnato, incompreso e forse anche un po’ extraterrestre, incontra e cerca di risolvere durante i dodici mesi dell’anno. Il linguaggio utilizzato è così prezioso e antico, i termini ricercati con estrema accuratezza.

Già la prefazione ci allerta dicendoci che il testo soffre un po’ la traduzione dal cecoslovacco, ma ciò nonostante io l’ho trovato davvero prezioso e illuminante. Questo libro mi ha ricordato che sono un’ingenua, se ho creduto anche per un solo istante di potermi improvvisare giardiniera!

“…quindi con umiltà ti rendi conto dell’impotenza dll’uomo; comprendi che la pazienza è la madre della saggezza…”"

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A new spring after an old winter

viole del mio balcone

Una nuova primavera alle porte.
Nuove piante da rinvasare, quelle che hanno passato l’inverno meritano degli spazi più ampi, quelle che invece entrano per la prima volta nel mio giardino voglio che abbiano una sistemazione di tutto rispetto. Primule, forsizia, insalata, agli, pomodori, girasoli, c’è un gran daffare, un gran rimanere sedere all’aria per sistemare, tagliare, interrare e poi con soddisfazione far spaziare lo sguardo.
Non si vive forse per questo? Per permettere ai nostri occhi di essere soddisfatti del nostro lavoro?
Per permettere alle nostre mani di affondare nella terra fino a tirar fuori le radici che ci danno la vita?
Una nuova primavera è pronta per noi che siamo pronti ad accoglierla. Il nostro giardino rifiorirà presto e spero che tutti i colori dei prossimi mesi vogliano accompagnarci fino al prossimo letargico autunno.

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Torta rustica alle mele

torta-mele

Ma cosa c’è di più buono di una buona torta di mele renette che si senta bene sotto il palato?

Che dia quella sensazione di “torta di una volta”, sia per l’aspetto che per il sapore?

Che si possa mangiare tranquillamente senza preoccuparsi troppo di calorie e colesterolo?

Ecco qui una buona ricetta, nata dalla mia fantasia, che questa mattina ci ha permesso di fare un’ottima colazione:

150 gr di farina integrale
150gr di farina di manitoba
1 cucchiaino raso di burro
2 cucchiai di olio
3 uova
150gr di zucchero mascobado
3 mele renette
il succo di mezzo limone
una bustina di lievito
8 noci tritate grossolanamente

Io ho un modo un po’ tutto mio di fare le torte… nel senso che solo in rarissimi casi monto le chiare dell’uovo a parte, questo non è uno di quei casi. Molto selvaggiamente ho messo tutti gli ingredienti insieme in una terrina (escluse mele e noci) e con il frullino li ho amalgamati.
Quando l’impasto ha raggiunto una discreta omogeneità ma una non eccessiva fluidità (scusate il gioco di parole, però è andata proprio così, impasto ben mescolato ma non particolarmente fulido) l’ho steso sulla carta forno, ho farcito con mele tagliate a fettine e noci e
ho infornato la teglia per circa 25 minuti a 180°.

Noi i baffi ce li siamo leccati!

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Banana Football Club

Immagine di Banana Football Club
In una bigia e pigra  domenica mattina ho finito di leggermi “Banana Football Club”.
L’idea nasce da un bel racconto e Otto Gabos la tramuta in un bel fumetto.
Otto Gabos non mi delude quasi mai.
Non so come faccia a rendere le sue tavole sempre così vivide. Questa volta prende spunto da un romanzo di Roberto Perrone, personaggio che non conosco da nessun punto di vista, e regala volti, parole e colori (i colori insieme alla moglie) ad una bella storia di ragazzi, amicizia, spogliatoio e calcio.
Non il calcio chiassoso dei grandi campioni, ma il calcio vissuto dai ragazzi che popolano le tante squadre cittadine e ragazzi che a loro volta si rifanno a quei mitici mostri sacri che anni fa popolavano squadre meno note rispetto a quelle di oggi. Il Cagliari di Gigi Riva per esempio.
Otto Gabos è sardo ed è stato, e forse è ancora, un tifoso del Cagliari. Una bella graphic novel. Bravo Otto!

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