Archivio per Febbraio, 2008

Soddisfazioni

lavitaridottaallossohickmanncover.jpgLa settimana appena terminata mi è servita a divorare il libro di Leo Hickman “La vita ridotta all’osso”, il titolo è un po’ ingannevole, il sottotitolo rende l’idea molto meglio “Un anno senza sprechi: le disavventure di un consumatore coscienzioso”.

Ottima esperienza di una persona normale che vuole imparare a destreggiarsi in una società consumistica, semplicistica e menefreghista , iniziando a porsi delle domande su quali sono le conseguenze che le nostre scelte hanno, non tanto sulla nostra vita, ma sul nostro mondo.

Partendo dal presupposto che ciascuno di noi può fare delle piccole azioni per poter migliorare il nostro impatto sociale, si dipana un discorso che attraversa un po’ tutti gli aspetti della nostra quotidianità trattando anche argomenti meno quotidiani quali i viaggi e le vacanze.

Quindi mi fermo a riflettere su cosa compro, dove spendo, quanta acqua consumo, quanta spazzatura produco, quali vestiti mi piacciono, che genere di viaggio faccio e scopro che quello che le mie azioni (che pensavo potessero già essere di qualche utilità) non sono minimamente sufficienti a far sì che la mia sia una vita etica.

Bisogna migliorare, bisogna darsi degli obiettivi da affrontare poco per volta, per poter portare a casa un successo finale.

Il libro insegna proprio questo: le azioni sono molteplici, ma non si può pensare di farle tutte insieme partendo da zero.

Allora dico al mio fidanzato: sai che noi già qualcosa di etico lo facciamo nella nostra quotidianità?

Compriamo il più possibile biologico, anche in base a quello che ci permettono i nostri stipendi, abbiamo ridotto il consumo di carne (e qui ci sarebbe da aprire un parentesi sul fatto che io ho dubbi sul mio futuro vegetarianesimo, futuro che credo non ci sarà mai), abbiamo già scoperto che l’aceto è un ottimo detersivo …

E lui cosa mi risponde: davvero? Non me ne ero nemmeno accorto!

E queste sì che sono soddisfazioni
Di cose da fare ce ne sono ancora tantissime e ringrazio questo libro per avermi dato parecchi spunti.

Certo, il lombricaio magari me lo procurerò in un secondo momento però l’insalata sul balcone inizierò a coltivarla quanto prima!

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La fine è il mio inizio – Tiziano Terzani

La fine è il mio inizio e il mio inizio è la mia fine perché l’universalità è circolareterzani.jpg

Viviamo una vita in cui tutta ritorna,
Non solo la notte con il giorno,

Sono circolari le stagioni,

Così come la guerra e la pace.

Il libro è il resoconto di una vita intensa, sicuramente fortunata ma anche vissuta in modo molto intelligente,
tante esperienze raccontate con passione ed estrema lucidità storica, vicende che sembrano lontane dal nostro essere quotidiano perché accadono dall’altra parte del mondo.
Sentir parlare di Pol Pot, di Cambogia, di Mao, della civilizzazione occidentale, della modernizzazione che rovina civiltà storiche, della democratizzazione imposta apre di molto l’orizzonte politico con il quale sono in genere abituata a confrontarmi.
E poi è così confortante sentir parlare della morte, questo evento che fa così paura che è così fuori moda, da essere diventato un tabù della nostra società.
Perché è così difficile accettare la morte come parte della vita?
Perché siamo convinti di esistere, solo grazie a quello che abbiamo!?!
Perché morendo lasciamo tutte le nostre cose che pensiamo incarnino il nostro essere?
Tempo fa era il sesso, l’argomento tabù che non si poteva affrontare e la morte rappresentava la quotidianità (soprattutto in tempo di guerra)…
adesso di sesso se ne parla anche a tavola e della morte non se ne parla più ed ecco qui di nuovo la circolarità… tutto torna!

 

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Uno spettacolo su e per il Pirata

15_armstrong_pantani_dpa_400.jpgA Milano fino a domenica 24/2 sarà rappresentato uno nuovo spettacolo di Garabombo delle Risse: “Per abbreviare la mia sofferenza, ovvero dell’eroe perduto Marco Pantani”.

Andrà in scena al Teatro della Cooperativa, uno dei due teatri che si trova in Zona 9 , unica zona di centro sinistra di tutta Milano, in un quartiere di quasi periferia costituito nella maggior parte da case di cooperativa, case di ringhiera e cascine vecchie e nuove, un quartirere che si è liberato il 24 aprile, con un giorno d’anticipo rispetto a Milano; qui Renato Sarti ha messo in piedi questo Teatro, uno spazio di cultura che dà ampio respiro non solo al quartiere, ma a tutta la città, poponendo un teatro intelligente e mai con il solo fine della rappresentazione.

Interpretato da Alessandro Pozzetti, lo avevo conosciuto con “War Games, giochi di guerra”, uno spettacolo incentrato sui fatti dell’11 settembre e mi aveva incantato con il suo modo di recitare e suscitare emozioni continue. Racconta racconti scomodi, spigolosi, fastidiosi ma è ipnotico, ti cattura e ti conquista, dal primo all’ultimo minuto e non smetteresti più di applaudirlo.

Magro, testa rasata, pelle bianchissima, occhi vispi.


Rivederlo in questo spettacolo su Pantani mi ha aperto il cuore.

Semplici ritagli di vita, di filmati, di vittorie ma anche di tante cadute, di delusioni, di festa. Nessun processo viene allestito in scena, solo fatti e artefatti, solo la fragilità di un uomo contro una sfida da vincere: il superare se stessi a cavallo di una bici.

L’emozione è un continuo salire, sei seduto sulla poltroncina ma ti sembra di pedalare, di vivere tutti i momenti che vengono raccontati sul palco, sia quelli belli delle vincite a furor di popolo che quelli cupi di stanze chiuse e caldissime dove finisce la storia del Pirata.

Ti sembra di vederla Cesenatico, è lì sul palco, con le persone, le piadinerie e tu non sei un semplice spettatore, sei coinvolto in tutto quello che accade.

Alla fine mi sono anche scese due lacrime di emozione, di liberazione e di tristezza per essermi persa la storia di quest’uomo nel momento in cui la stava vivendo, per non aver assistito neppure ad un servizio del Giro d’Italia in cui lui, con le braccia al cielo, diceva a tutti che anche questa volta ce l’aveva fatta, aveva battuto ancora se stesso!

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un coccio di San Valentino

E’ il regalo che ogni donna vorrebbe ricevere,

quello per cui amerai il tuo lui per tutta la vita e già lo so che me lo invidieranno mia mamma, mia sorella, tutte le amiche e le mie ‘fantastiche’ colleghe.

Più di un trilogy, meglio di una parure, fa un baffo all’engagement ring di Tiffany, non si può nemmeno paragonare ad un solitario perché:

è la pentola di coccio per cucinare cereali e legumi, accessoriata con coperchio e frangifiamme!

Sono solo agli inizi delle mie esperienze di culinarie e questa pentola rappresenta la mia prima attrezzatura VERA per cucinare esattamente come desidero.

Bello, rotondo, lucido, piacevole al tatto, appaga la vista… per il sapore si aspetta solo di provare a cucinarci qualcosa… in poche parole: un pensiero che mi ha fatto davvero felice!

I riti di iniziazione sono stati compiuti: l’abbiamo messa a mollo per una notte intera e quand’era sommersa ha fatto un sacco di bollicine rumorose, ci manca solo lo strofinamento dell’aglio nella parte non verniciata e poi sarà pronta per cuocere la nostra prima zuppa!

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Tartufo

Tartufo di Molièrecolonnafoto21.jpg

produzione Teatro Stabile delle Marche e Mercadante Teatro Stabile di Napoli
Regia di Carlo Cecchi
Scena:
Francesco Calcagnini
costumi: Sandra Cardini
musica: Michele dall’Ongaro


Mercoledì sera ero al Teatro Strehler per la rappresentazione del Tartufo di Molière,
uscendo riflettevo sul fatto che questa commedia ha esattamente 7 secoli,
andata in scena a metà del 1600
oggi la si può ancora guardare e ascoltare con gli occhi sgranati e le orecchie piacevolmente colpite
dall’ironia pungente che si fa verso le sempiterne istituzioni di conservatori, religiosi e ipocriti che nascondono, sotto la devozione e l’amicizia, il solo fine di approfittare della fiducia altrui per trarre i profitti più vantaggiosi.

Triste pensare che certe considerazioni sino ancora così attuali oggi.

Solare Licia Maglietta che recita la parte di Elmira,
viscido e sudaticcio il Tartufo Valerio Binasco,
incantevole Carlo Cecchi in un Ormone dagli occhi “chiusi”.

Da non perdere!

 

Molière nel 1667 presenta il suo Tartuffe al re Luigi XIV:

Ho pensato, Sire, che avrei reso un non piccolo servigio a tutte le persone oneste del Regno, facendo una commedia che screditasse gli ipocriti, e mettesse per bene in evidenza tutte le smorfie affettate di questa gente dabbene ad oltranze, tutte le evidenti furfanterie di questi fabbricatori di falsa devozione”.


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metti una sera a cena

Avevo in testa da tempo l’evoluzione della cucina semplice,

il superamento dei cereali bolliti,
il passaggio dal piatto banale a quello ricercato,
il tocco dello chef.

Insomma ero entusiasta dell’idea di cucinare le polpette di quinoa,
mi sono ripassata la ricetta mentalmente più e più volte,
ero felice di aver finalmente trovato un utilizzo diverso di questo cereale, rispetto alla solita bollitura e condimento con olio e verdura.

avviso il mio compagno di vita già da giorni prima: “guarda che domenica sera si mangiano le polpette di quinta”,
mi lecco già il baffo perché me le immagino buonissime…

Mi metto quindi di buona lena,
cucino la quinoa,
la verso in una scodella ampia e aggiungo l’uovo,
il pane,
il sale,
il peperoncino,
la scorza di limone
il formaggio a cubetti
sono pronta a formare le mitiche palline
ma ahimè, già su questo semplice passaggio c’è qualcosa che non torna: mi risulta impossibile dare una forma tonda a questi minuscoli cereali.

Mi ritrovo nel giro di breve con le mani piene di quinoa ribelle che non vuole aggregarsi.
Ok, rinuncio alle polpette, trasformerò il tutto in una buonissima frittata!

E vai di tegame e un filo di olio, appiattisco tutto il contenuto per dare una bella forma tondeggiante,
già me la immagino ben rosolata, fragrante, tagliata a triangolino
riesco di nuovo a leccarmi il baffo

…e invece il risultato è cosi deludente che la cena è diventata a base di verdure al vapore e uovo sodo.

Mi sento sconsolata e tutte le mie cavalcanti idee di alta cucina sono frustrate da questo deludente risultato.
Del resto, penso, sono così buoni i cereali bolliti!

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Sull’utilità del dentifricio

A cosa servono i dentifrici?
I dentifrici non servono a niente.
QUalcuno forse ci ha raccontato che servono a migliorare la nostra igiene orale, forse ce l’ha detto la nonna o la mamma o qualcuno che aveva informazioni che noi ritenevamo sacrosante quando eravamo bambini tanto da non metterle mai in dubbio, qualcuno che è riuscito a convincerci che questo tubetto è indispensabile per la nostra essenziale igiene quotidiana, qualcuno a cui non siamo stati capaci di dire “NON E’ VERO”.

Per questi motivi è difficile entrare in un bagno e non trovarlo lì, nel bicchiere su ogni sacrosanto lavandino, pronto per l’uso.
Difficile partire per un viaggio e non metterlo al suo posto nel beauty case.
CI hanno fatto credere che il dentifricio fosse INDISPENSABILE per non far venire le carie.
Lo hanno fatto credere a noi e prima di noi ai nostri genitori, ma possiamo dirlo finalmente che il dentifricio non serve a niente se non, forse, a quell’illusorio senso di freschezza che ci lascia in bocca per, quanti minuti?
3…
esageriamo, 4!

Eppure la pubblicità ci ha convinto che i dentifrici abbiano degli strani poteri di barriera antiplacca, che combatte la carie e lo fa mentre noi dormiamo o siamo in piscina (poi non ho capito per quale motivo la pulizia dei denti è spesso associata alla piscina: che cazzo centra la piscina con la placca?) e la cosa più incredibile è che noi ci crediamo!
Crediamo a tutte queste cose che la pubblicità ci ha raccontato!

Invece questo prodotto che non serve a nulla riempie almeno mezza corsia anche nel supermercato più scrauso: un muro di dentifrici con packaging dalle forme più svariate e dalle scatole più colorate (perchè vendere il tubo nudo non sta bene, offende la morale pubblica) e tra tutti questi è praticamente impossibile trovare una marca che proponga un prodotto non testato sugli animali.

Se devo proprio comprarmi un prodotto fondamentalmente inutile, almeno datemelo che non sia stato provato sulla pelliccia di qualcun altro!

Per fortuna c’è qualche casa produttrice un po’ più seria di altre che sopra il tubo non ci scrive cose tipo “approvato dai dentisti italiani” o “anche il tuo dentista se ne accorgerà ” , tra l’altro il mio non se ne è mai accorto, e ci scrive semplicemente “uso cosmetico”, perchè fa male dirlo, lo so, ma purtroppo è proprio così: il dentifricio è solo un inutile e non così economico cosmetico.

Usiamolo pure, ma almeno abbiamone coscienza.
Acquistiamolo, ma almeno cerchiamo di comprare un prodotto eticamente sostenibile, ovviamente più caro, ma nessuno ci avrà rimesso le penne solo per quei tre minuti di freschezza!
…esageriamo quattro!

PS: ottimo da leggere il racconto di Michele Serra: Walter in “Il nuovo che avanza” Feltrinelli

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Gabbiani

gabbiani.jpg

“…Ma il loro piccolo cuore
- lo stesso degli equilibristi –
per nulla sospira tanto
come per quella pioggia sciocca
che quasi sempre porta il vento,
che quasi sempre porta il sole.
Per nulla sospira tanto
come per l’interminabile
continuo mutare
del cielo e dei giorni…”

(Bernardo Atxaga)

 

A Milano, in una bella giornata di sole come quella di oggi,
mi piace pensare allo spumeggiante mare
alla brezza carica di iodio
all’aria pungente sul viso
alle spiagge così romanticamente vuote
battute solo dalle onde
al cielo terso in cui si staglia un fresco sole
allo stridere dei gabbiani che giocano con il vento

… come sarebbe diverso vivere lasciando spaziare lo sguardo
Verso infiniti orizzonti
Che limitatezza continua ci offrono i palazzi costruiti intorno a noi.
Mi manca il mare

 

“noi prigionieri
di queste città
Viviamo sempre di oggi e di ieri
Inchiodati dalla realtà
… e la gente di mare… va”

 

 

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