Archivio per Marzo, 2008

per Mumia, Libertà!

mumia02-copia.jpgE’ durata 26 anni la detenzione politica e l’attesa della pena di morte di Mumia, attivista delle Pantere Nere, giornalista che dava “voce ai senza voce”, così come era soprannominato, condannatoper iun omicidio che non ha commesso.

Il suo volto sorridente incorniciato dai lunghi dread locks ha accompagnato la mobilitazione internazionale, una lotta non solo contro tutte le pene di morte, ma contro quelle condanne razziste, politiche e classiste.

Il suo volto dipinto in un bellissimo murales, ormai cancellato, sulla darsena di Milano ci ha ricordato, tutte le volte che si passava di lì, questa triste detenzione e questa infinita attesa.

Non c’erano prove ed è stato condannato da una giuria di soli bianchi. Un killer mafioso aveva confessato all’avvocato di Mumia di aver commesso il fatto, ma non è bastato.

In forma diversa era comunque un altro processo infame, come quello imbastito contro gli anarchici Sacco e Vanzetti. Storie da non dimenticare, mai.

Finisce , grazie ad un cavillo giudiziario, il 27 marzo 2008.

La macchina della morte si è fermata, Mumia hai resistito, Mumia sei vivo, Mumia sei libero!

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Io sono il mio tempo libero

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Io non sono il mio lavoro

E rimango sempre sorpresa di quanta gente incontro ed è convinta di parlarti di sé semplicemente raccontandoti del suo lavoro, di quello che fa o non fa, degli incarichi o del tempo che dedica alla sua attività professionale.

Ti raccontano che si annullano completamente per poter portare eroicamente avanti il loro lavoro, tendenzialmente sempre abbastanza ben retribuito.

Ci mancherebbe che per 1000€ al mese uno debba anche lavorare il sabato e la domenica.

Per quello che mi riguarda io alle 17.20 devo essere fuori dall’ufficio e alle 17.30 devo aver già la testa su tutte le cose che mi interessano, lo stipendio mi serve solo a portare avanti quest’ultime.

Io lavoro solo per avere la possibilità di andarmi a comprare una pianta che mi piace o un libro che mi hanno consigliato o per comprarmi i biglietti di uno spettacolo teatrale al quale invito mia mamma e il mio fidanzato e ho il piacere di pagare per tutti.

Nulla di più.

Il resto del tempo che passo fuori dall’ufficio è solo mio e guai a chi melo tocca.

Ho deciso così e mi piace così.

E mai e poi mai passerò una serata in compagnia raccontando di quello che svolgo per essere retribuita, parlerò dell’ultimo libro che ho letto, di come mi fanno girare le palle quelli che votano berlusconi (il minuscolo è d’obbligo), del desiderio di fare un viaggio, di come è difficile riuscire a condurre una vita diversa da quella ordinaria che ci viene proposta tutti i giorni negli ingranaggi della quale anche io sono invischiata

ma cerco di sopravvivere.

e mi domando: perché è così difficile trovare altre persone che vogliano sopravvivere insieme a me e a cui  poter portare le mille espressioni di me?

di sicuro non quelle del mio lavoro.

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Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza
L’umile, il non visto, il fioco, il silenzioso

Perché quando saranno passati amori e battaglie

Nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza

Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara
Ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota

Il poco, il meno il non abbastanza

Stefano Benni

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Rinunci tu?

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Oggi in pausa pranzo il capo ci ha portati fuori a mangiare il pesce e a festeggiare la Santa Pasqua (come la chiama lui, che poi è un sanissimo bestemmiatore)

I discorsi vertono su quale animale si decide di rosolare per il pranzo della Domenica di Pasqua e tra una chiacchiera e l’altra mi lascio scappare l’infausta frase “sto cercando di mangiare un po’ meno carne”
Il silenzio scende sul desco, facce stupite dei commensali e la prima domanda è “ma come, non ti piace la carne?”
E qui, se questo fosse un film, metterei un bel fermo immagine con commenti.
Primo commento: non ho mai detto che non mi piace la carne, ho detto solo che vorrei mangiarne un po’ meno
Secondo commento: dalle loro facce capisco che per loro ci si priva solo di un qualcosa che non piace, altrimenti trovano assurdo il fatto che io decida deliberatamente di privarmi di qualcosa che comunque gradisco

Fine del fermo immagine, in presa diretta proseguo:

“la carne mi piace, però vorrei provare a rinunciarci, mangiarne meno e quella che acquisto vorrei arrivasse da allevanti etici”

Mi rendo conto immediatamente che l’attenzione di tutti si è fermata sulla prima parte della mia affermazione : vorrei rinunciarci….le ragioni del perché non sono sentite da nessuno dei presenti

Il tutto mi costa tre risposte,
la prima (del mio capo) :” ma va a cagare!”
La seconda (di una mia collega): “sì in effetti è vero, dicono che se ne dovrebbe mangiare meno ma a me non me ne frega niente di rinunciare a ciò che posso permettermi”
La terza: ”ma dai, lo sappiamo che tu sei tutta particolare!”

E così decido di ritirarmi in un religioso silenzio, forse in alcuni casi è meglio essere remissivi che combattivi,

forse bisogna essere combattivi con chi può percepire la tua forza d’animo e la tua combattività, da chi parte da presupposti differenti da quelli sopra evidenziati.
Non mi interessa che mi mandino a cagare per una scelta fatta che può anche essere considerata bizzarra, mi preoccupa che le considerazioni siano fatte solo sulla base della parola “rinuncia” fine a se stessa.

E’ la rinuncia che genera indignazione, al di là di quali siano i motivi o le scelte che ti portano a praticarla.

Viviamo in un tempo in cui la rinuncia non va molto di moda, ma a me non interessa.

La mia prima uscita pubblica si rivela quindi disastrosa, il mio outing viene fischiato.

La prossima volta cercherò di parlarne con chi non si fermerà davanti alla parola rinuncia ma riuscirà ad andare oltre e discuterà con me la scelta nel suo insieme… ma è sempre più difficile trovare persone così…

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nome di battaglia Visone

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Non sembra vero, eppure è la cronaca di quello che è successo.

E’ la forza di un uomo contro un regime,
l’idea che si fa propaganda,
il coraggio di agire,
di dare forza, la consapevolezza di poter cambiare con la propria limitata umanità il mondo in cui viviamo.
Ci insegna questo Giovanni Pesce, nome di battaglia Ivaldi a Torino e Visone a Milano.
Ce lo insegna per primo lui che è l’autore di questo libro, ma anche tutte le persone che nel libro vengono citate.
Senza tregua hanno combattuto il nemico, di giorno di notte, con sabotaggi, attentati, agguati, senza mai lasciarlo.
Su Giovanni Pesce è stato detto tutto quello che c’era da dire, io mi sento di aggiungere solo un semplice grazie, grazie per l’esempio che ci lascia e per aver combattuto per tutti noi.

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Vogliamo l’impossibile

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Mi capita ogni tanto di guardare un film o uno spettacolo teatrale ed emozionarmi. Non so se sono una con le palle cotte e con una fragilità latente o semplicemente sono solo sensibile e facilmente emozionabile.

Più raramente invece mi capita di guardare un film o uno spettacolo teatrale, leggere un libro o essere testimone di un evento ed emozionarmi, non tanto per un sentimento di commozione e compartecipazione verso quello a cui sto assistendo o leggendo, ma perché queste rappresentazioni mi fanno sentire parte di un tutt’uno universale , accumunata a delle idee, degli ideali, delle aspettative che mi danno consapevolezza del fatto che non sono sola, che con me e come me ci sono, ci sono state e ci saranno tante persone con cui poter condividere sentimenti e pensieri.
Questo ideale abbracciarsi lo provo sempre alla manifestazione del 25 aprile, l’ho provato a Roma quando si manifestava per i fatti di Genova, a Milano alla manifestazione seguita alla morte di Dax
Questo mi è successo ieri sera guardando il film di Alina Marazzi “Vogliamo anche le rose”, uno squarcio sul ventennio 1960-1980 una serie di filmati storici e immagini e storie così ben dosato da essere poetico. Un film documentario sulle lotte portate avanti dalle donne, sul disagio di ieri e di oggi, sulla mercificazione della donna, sull’aborto, sulla sessualità ma anche sugli assurdi del femminismo politico,

Quindi poesia, politica, impegno civile, ricordo, memoria, lotta, ironia, intimità
Questo è il cinema che mi piace e che non è così facile vedere.

E poi uno slogan inquadrato più e più volte scritto con lo spray in grafia tondeggiante sul muro della Casa della Donna a Roma in via Governo Vecchio:
“Siamo realiste: vogliamo l’impossibile” .

 

Molto semplicemente alla fine del film si ha voglia di ringraziare una per una queste donne che volevano l’impossibile.
Grazie a loro se oggi si può prendere la pillola contraccettiva come se fosse un qualsiasi farmaco acquistato in farmacia,
se oggi si ha la possibilità di decidere sulla propria maternità e se le donne di tutti i ceti sociali hanno la possibilità di abortire senza rischiare la vita,
se si è diffusa una cultura di pari dignità sociale, di famiglia in cui i coniugi hanno gli stessi diritti e doveri.

Non diamo nulla per scontato, qualcuno si è battuto ieri per i nostri diritti di oggi.

E oggi c’è ancora molto per cui combattere.

 

 

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Di lavoro faccio la passacarte

E’ proprio così, la mia job description è “passacarte”, almeno secondo il mio modesto parere.

La parola che ho scelto non è casuale, nel senso che lavorando nell’ambito dei corsi finanziati si genera un sacco di carta, purtroppo a volte inutile.

Cerco di ovviare a questo inconveniente riciclando il più possibile i fogli, quando stampo o mando dei fax uso il retro di carta già stampata solo fronte (qualcuno potrebbe obiettare che si rovina il tamburo del toner e probabilmente è anche vero, ma non so che fare, è più forte di me, non riesco a buttare via della carta usata solo da un lato) ma questo non mi sembra sufficiente, quindi per dare un altro piccolissimo segnale alle persone che lavorano con me, in calce alla mia mail, oltre alla firma “istituzionale”, dove la mansione “passacarte” è sostitutita da un altisonante “account manager”, metto sempre questa dicitura:

p.png Before printing, think about Environmental Responsibility!

La soddisfazione è massima quando vedo che qualcuno a cui scrivo, a sua volta, la utilizza.
Quindi prendetene e fatene uso. Le persone spesso non si rendono conto di quanta carta stampano inutilmente e poi buttano semplicemente via!

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Barbapapà, ecologista da 48 anni

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L’altra sera, sul divano con mio nipote Franceschino, ci siamo guardati bel belli “Barbapapà cerca casa”, cartone animato famosissimo che ho acquistato in DVD in edicola un paio di anni fa.

Ero legata da un bel ricordo ai questo cartone, grazie anche ad un libro dallos tesso titolo, che ho letto più e più volte.

Così appena l’ho visto spuntare tra le varie cagate che normalmente vendono in edicola non me lo sono lasciato sfuggire pensando alla gioa di rivederlo e immaginando di propinarlo al più presto ai miei “nipotini” (le virgolette sono d’obbligo, dato che sotto questo nome si nascondono 3 bambini vivacissimi che io in genere chiamo “nipotastri”).

La prima volta che ho guardato il cartone animato avrò avuto si e no 8 anni, a distanza di 25 eccomi sullo stesso divano, con lo stesso cartone, ancora affascinata dal mondo di Barbabpapà, o meglio, più che affascinato dal suo mondo direi che questa volta sono affascinata dal genio creatore di un personaggio che nei primi anni 70 parlava ai bambini di pace ed ecologia, messaggio che colgo cosciamente solo ora.

Barbapapà, creatura informe ma di tutte le forme, gommoso e di e così diverso dalle persone normali, attenta ai problemi dell’integrazione, nasce dalla matita di Annette Tison e Talus Taylor, suo marito, francesi, chde nel pieno del famoso Maggio inventano questa famiglia un po’ sui generis.

Il maggio francese ha ispirato diversi artisti, in Italia lo abbiamo ascoltato nelle canzoni di De Andrè (storia di un impiegato) e visto nel film di Bertolucci (The Dreamers) che hanno voluto parlare del disagio giovanile in essere in quel momento storico.

Questa coppia di coniugi crea inizialmente un fumetto e poi il cartone.

Barbapapà è contemporaneamente ingombrante e delicato ha lo sguardo un po’ smarrito ma è sempre attento e pronto ad intervenire, il suo prodigarsi è sempre per gli altri indipendentemente dal fatto che questi altri siano la sua famiglia o degli animali o dei perfetti sconosciuti.

Fa fatica a farsi accettare all’inizio, su di lui i classici pregiudizi su chi è diverso (finisce in gabbia allo zoo) ma gli basta davvero poco per riscattarsi, un paio di trasformazioni ed è già l’eroe di turno.

Un messaggio perfetto per i bambini di tutte le età, soprattutto perchè abbinato ad un discorso di ottima politica ecologistica e di critica alla cementificazione con la quale conviviamo giornalmente.

Diffondere quindi, diffondere ancora di più di quanto non sia già diffuso.

Fate vedere il cartone ai vostri figli, nipoti, bambini che conoscete, adulti, riguardatelo voi… tutti dovrebbero conoscere il messaggio di pace leggero di questa pesante creatura!

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germogli fai da te

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Io sono una golosa di verdure fresche.

Ne mangio tante in ogni momento della giornata, sono una del tipo che mentre sbuccia le carote non ce la fa a non mangiarsele e posso definirmi una golosa dei finocchi, ne farei incetta quasi continuamente.

Adesso sto pensando di acquistare della frutta e della verdura biologica, sono in fase di valutazione dei prezzi per capire cosa mi posso permettere e a cosa invece devo rinunciare.

Nel frattempo il primo passo l’ho fatto facendomi da me i germogli da aggiungere all’insalata o da cucinare al vapore.

Come?

Io pensavo fosse un po’ macchinoso, invece devo dire che l’operazione è molto facile e richiede poco tempo, non troppa cura e dà parecchia soddisfazione.

Allora si fa così:

si prende una manciata di cereali integrali o dei semi di soya, io il mio primo esperimento, tuttora in corso, l’ ho fatto con l’orzo,

sciacquarli e metterli in un vasetto grande abbastanza da consentire ai cereali inseriti di sviluppare il germoglio, coprite il vasetto con una garza fermata da un elastico…

coprire i semi con l’acqua e lasciarli al buio per 12 ore

passate le 12 ore scolate l’acqua attraverso la garza, sciacquate i semi (sempre attraverso la garza), scolate l’acqua e rimettete al buio. Questa operazione va fatta la mattina e la sera per circa 4 o 5 gg, in base a quanto volete lunghi i germogli.

Se poi vi piace sgranocchiare le foglioline verdi lasciateli mezza giornata alla luce, così svilupperanno un po’ di clorofilla.

Ecco pronti i vostri germogli bio!

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Donne, al lavoro!

Roma ore 11 romaoreundici.jpg

di Elio Petri
regia Mitipretese
con Anna Gualdo, Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres



Sarà ospite al teatro dell’Elfo ancora per pochi giorni questo ottimo lavoro del teatro Eliseo di Roma e delle 4 attrici in scena che sono poi anche le registe.

Roma ore 11, spettacolo scritto da Elio Petri, trasposizione teatrale di un film girato nel 1952 da Giuseppe De Santis, si rifà ad un fatto di cronaca italiana e porta a teatro il problema del lavoro femminile nell’arco temporale che va dagli anni 40 fino ai nostri giorni.

Con un’ironia pungente e un senso critico che a tratti fa addirittura male per come colpisce dritto al cuore e alla mente, lo spettacolo parte da un “innocente” annuncio per la selezione di una segretaria “di miti pretese” per parlare delle condizioni sociali e culturali delle donne a partire dal secondo dopoguerra. Gli argomenti trattati sono attuali ancora oggi, la segretaria “oggetto” e bella presenza con quell’aria di una che ci sta, vanto di tanti uffici più o meno in vista, l’emancipazione impossibile della donna che si trova ancora oggi legata a problematiche familiari che spesso impediscono una vera affermazione professionale, il problema della classe sociale e della voglia di riscattarsi da situazioni familiari spesso disastrose e imbarazzanti.

Emozionante e divertente, un’ora e mezza di spettacolo che scivola via tra i diverse racconti delle protagoniste della drammatica e vera vicenda in cui a causa del crollo di una scala 1 donna perde la vita e 77 donne in attesa di un colloquio rimangono ferite.

Da non perdere.

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