Archivio per Aprile, 2008

May Day May Day

Il 25 aprile e il 1 maggio Milano mi manca.

Cosa accumuna le due giornate di festività e il capoluogo lombardo?

E’ chiaro: le manifestazioni.

La manifestazione nazionale del 25 aprile è sempre molto partecipata, aprono il corteo le istituzioni, l’ANPI, la banda del comune e a seguire una marea umana che ospita circoli ARCI, ARCIGAY, CENTRI SOCIALI, SINDACATI, ASSOCIAZIONI ONLUS e chi più ne ha più ne metta… e tutti insieme, tra musica e cori si parte da porta Venezia e si arriva in piazza Duomo, passando per la nera San Babila.

Una marea umana festante, una goduria totale. Una festa pe rnon dimenticare.

Anche il 1 maggio al pomeriggio c’è una bellissima manifestazione, all’interno della quale però non c’è un cazzo da festeggiare. E’ il MAYDAY, il giorno di San Precario ed è una manifestazione che serve a buttare in faccia alla gente che non lo sa (e purtroppo ce n’è tanta, troppa) che il mondo del lavoro non è più quello di una volta.

Ho provato a spiegare a mio papà, l’altra sera, che oggi anche i lavoratori del teatro alla scala sono precari, anche quelli della banca lo sono e quelli della moda e quelli dei supermercati e bla bla bla….

Ho provato a raccontare ad una collega di mia sorella, che fa l’infermiera da molti anni, che nella fantastica e giovane azienda in cui lavoro ci sono dei consulenti non proprio giovanissimi, bravi, che si fanno il culo tutti i giorni, che sono pagati due lire per un contratto MENSILE e vengono pure pagati in ritardo.

Ho provato a spiegare ad una delle mie “brillanti” colleghe che se la situazione lavorativa delle persone più giovani non si risolve in contratti VERI nessuno mai pagherà i contributi per le nostre pensioni (quelle che devono arrivarci a compensazione del nostro tfr, chiaramente).

Sguardi spenti.

Pronto, c’è qualcuno?

Quindi quello che può sembrare una chiara realtà, per molti non lo è.

Ho però capito che il segreto per essere informati su queste situazioni è avere dei figli che ne sono coinvolti.

Le mamme che hanno filgi precari in genere sanno tutto di stage, co.co.co, co.co.pro, co.pro.co e altre 22 forme contrattuali create da silvio e non riviste da romano.

Di qui nasce una manifestazione con carri allegorici (il tradizionale carro di Serpica Naro è imperdibile, così come lo è quello di Cascina Torchiera Senz’acqua) colorata e rumorosa in cui il coming-out è forse eccessivo ma necessario.

Io quest’anno non ci sarò, ma sono sicura che anche questa volta, il MAYDAY sarà un successo!


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Bentornati Dinosauri

Charles Bukoswki, una vita di stenti e di vizi insieme (se mai questo connubio è possibile), una sofferenza e un disagio sociale che gli hanno permesso di raccontarsi senza timori, senza veli, senza pregiudizi.

Lui si racconta per quello che è e per quello che prova e per quello che fa.

In una società dove il suo essere brutto e povero lo confinano ai margini di stanze in affitto supereconomiche, di sbronze colossali, di sesso regalato da generose prostitute o donne laide e il lavoro non è qualcosa che fa parte del quotidiano.

Ci regala così una serie di racconti e romanzi e poesie che spaziano tra l’erotico crepuscolare e l’avventura grottesca e la rabbia di aver ancora perso ai cavalli, un genere riconducibile solo a lui.

E poi c’è questa poesia che parla di noi

Dinosauropoli noi,

nati così / in mezzo a tutto questo /tra facce di gesso che ghignano /e la signora Morte che se la ride / e mentre gli ascensori si guastano /e gli orizzonti politici si dissolvono / e il ragazzino che riempie le buste al supermercato è laureato / e i pesci sporchi di petrolio sputano fuori la loro preda oleosa / e il sole è lì nascosto.

Noi siamo nati così / in mezzo a tutto questo / in mezzo a queste guerre ragionatamente folli / in mezzo al vuoto spettacolo dei finestroni di fabbrica rotti / in mezzo ai bar dove le persone non si parlano più / in mezzo alle scazzottate che finiscono con coltelli e pistole / siamo nati in mezzo a tutto questo / tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire / tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli / in una nazione dove le prigioni sono piene e i manicomi chiusi / in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo / siamo nati in mezzo a tutto questo / in mezzo a tutto questo ci muoviamo e viviamo / a causa di tutto questo moriamo / siamo ridotti al silenzio / castrati / corrotti / diseredati / per tutto questo / questa roba / ci inganna / ci sfrutta / ci piscia addosso / ci rende folli e perversi / ci trasforma in violenti / ci rende inumani / il cuore è annerito / le dita cercano la gola / la pistola / il coltello / la bomba / le dita vanno in cerca di un Dio insensibile / le dita cercano la bottiglia / le pillole / qualcosa da sniffare / siamo nati in mezzo a questa morte dolorosa che incombe / siamo nati in una nazione che da sessant’anni accumula debiti / e che presto non potrà neanche pagare gli interessi su quei debiti / e le banche bruceranno / e i soldi saranno inutili / ammazzarsi per strada in pieno giorno non sarà più un crimine / resteranno solo pistole e folle di sbandati / la terra sarà inutile / il cibo diventerà un rendimento decrescente / l’energia nucleare finirà in mano alle masse / il pianeta sarà scosso da un’esplosione dopo l’altra / uomini-robot ormai radioattivi si tenderanno agguati / i ricchi e gli eletti scruteranno il mondo da piattaforme spaziali / l’inferno di Dante al confronto / sembrerà un parco giochi per bambini / non si vedrà più il sole e sarà per sempre notte / gli alberi moriranno / morirà tutta la vegetazione / uomini radioattivi / si nutriranno della carne di altri uomini radioattivi / l’acqua del mare sarà avvelenata / i laghi e i fiumi spariranno / la pioggia diventerà preziosa come l’oro / la puzza delle carcasse di uomini e animali / si propagherà nel vento scuro / i pochi sopravvissuti saranno colpiti da nuove spaventose malattie / e le piattaforme spaziali saranno distrutte dall’attrito / dall’esaurirsi delle scorte / dall’effetto naturale del generale decadimento delle cose / e da tutto questo nascerà / il silenzio più incantevole che abbiate mai sentito / il sole resterà ancora lì nascosto / in attesa del prossimo capitolo.

Hank

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25 aprile 2008

Letto su un manifesto attaccato ad un cestino fermata M1 Precotto:

“25 aprile
ieri lotta partigiana
oggi lotta metropolitana”


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iocucinonelcoccio

Cucinare nel coccio mi dà una grande soddisfazione. Risveglia desideri antichi, mi sento come fossi un mio avo, mi porta indietro in un passato che non ho mai vissuto.

E’ una questione principalmente tattile e visiva e poi anche di gusto.

Tattile e visiva perchè la pentola di coccio è bella da vedere e da maneggiare e rappresenta un’assoluta novità per chi è cresciuto tra le pentole in inox e per quello che rigurada il gusto …bhè… assaporare i legumi che si sono cotti sposandosi con i cereali e l’alloro e il timo fresco e poi ci metto anche un po’ di alga e un cucchiaio di olio, piano piano, con il frangifiamma che ha permesso una equa ripartizione del calore disponibile, ti regala tutte altre emozioni rispetto alla frettolosa pentola a pressione.

Comoda finchè si vuole, io rappresento l’utilizzatrice di eccellenza, sopratutto quando devo prepararmi delle lentichhie lampo da portare in ufficio nelle sportina del mezzogiorno, ma quando poi mi pappo i legumi cucinati nel coccio dopo averlo inumidito con l’acqua e riempito di tante crude bontà che ci saranno restituite centuplicate in sapore, bhè è il trionfo del gusto e delle sensazioni.

Il più bel regalo di San Valentino che abbia mai ricevuto!

Se ci fosse qualche novello in materia ecco la mia ricetta:

dovete disporre di un coccio capiente, di un frangifiamma e di un cucchiaio di legno, oltre che degli ingredienti per una poter servire una bella zuppa di fagioli e cerealiintegrali o lenticchie e cereali integrali. Ovvio che la materia prima mangereccia dovrebbe essere bio.

Procedimento:

bagnare il coccio dentro e fuori con l’acqua fredda, inserire all’interno i legumi e i cereali (li avrete preventivamente messi a bagno per almeno 12 ore… a meno che non vogliate tenere il coccio sul fuoco per le 8 ore successive), un filo di olio, acqua (per tre volte i legumi e tre volte i cerali), timo, lauro, porro tagliato sottile e un bello spicchio aglio.

Accendere il gas e coprire con il coperchio di coccio.

lasciar cuocere almeno un’ora e mezza.

A fine cottura aggiungere un po’ di alga, un cucchiano di miso a testa e servire.

Gustatevelo alla facciazza di tutti quelli che non hanno mai provato il sapore cucinato a fuoco così delicato

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la Juno che c’è in me

Sabato scorso sono andata a vedere Juno.

Devo dire che era da un po’ di tempo che aspettavo arrivasse nelle sale italiane questa pellicola.
Il regista, Jason Reitman, ci aveva già deliziato con un piccolo gioiello di originalità dal messaggio “very strong” con “Thank you for smoking” e mi ha lasciato decisamente soddisfatta con questa nuova storia che ci racconta di una ragazzina dal faccino pulito che per qualche motivo, legato forse all’abbigliamento della protagonista, alla sua voglia di non appiattirsi su tutto quello che le amiche considerano fondamentale, alle idee un po’ buffe suggerite da una testa peperina e alla sfrontataggine con cui affronta alcune situazioni, mi ha ricordato me stessa.

Un bell’esempio di piccola donna fuori dalle righe, io me ne sono innamorata. O se fossi un uomo e l’avessi incontrata, sarei caduto cotto marcio ai suoi piedi e le avrei detto: fa’ di me ciò che vuoi, ma soprattutto risvegliami lo spirito, riaccendimi le idee.

Certo, poi c’è anche la storia della “dolce attesa” che accompagna questo ritratto di freschezza, di ironia, di carattere, di forza nell’affrontare situazioni così fuori portata per una sedicenne, fatto anche di momenti di debolezza, di sconforto e di nevrosi (e chi non li avuti, anche in situazioni normali?).

Chi è Juno se non una ragazzina molto sveglia e pronta ad uscire dal mondo incantato per affrontare quello disincantato?

Non lo considero un film sulla gravidanza, men che meno un film sull’aborto.

Piuttosto un film di ampio respiro sul desiderio di esprimere se stessi.

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Marcovaldo ovvero le stagioni in città

Io sono un po’ Marcovaldo.

Quel piccolo eroe al contrario e cittadino le cui imprese sono narrate da italo calvino in un libro che ho letto alle elementari (di mia iniziativa, ovviamente!) e che ho riletto qualche anno fa.

Sono un po’ Marcovaldo perché mi guardo intorno con aria sorpresa,

perché stimo quella razza in via d’estinzione che sono i gatti di città, perché il profumo del sambuco in fiore sul naviglio Martesana mi riempie sempre di gioia e mi dice che è davvero primavera, perché vorrei conoscere i nomi di tutti gli alberi e salvare tutte le piante che stanno per morire.

Sono un po’ come Marcovaldo perché incappo spesso nella mia limitatezza umana, di mezzi e di idee, perché vorrei strafare e invece posso fare solo quello che mi è possibile, come tutti, solo che io a volte non ho la misura di me stessa.

… e poi c’è quel bisogno di natura, anche in città.

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…escluso il cane, non rimane che gente assurda…

E’ in giornate come queste che penso a quanto mi manca un artista come Rino Gaetano.

Svegliarsi dopo una due giorni di argomenti politici assurdi e non poter accendere la radio e sentire una canzone sfacciatamente ironica che prenda per il culo un po’ tutti, che dica che siamo sempre allo stesso punto e che ancora più di ieri, non reggiamo più.

Avrebbe potuto proporci un restyling di nuntereggae più facendo qualche modifica al testo, tipo sostituire … che ne so, Gianni Brera, passato ormai a miglior vita, con Umberto Bossi.

E poi potremmo aggiungere Maria de Filippi (da affiancare a Costanzo, già presente nella lista), il grande fratello e si potrebbe fare un bell’elenco tipo quello che usciva su Cuore anni fa, che permetteva di fare una lista delle cose che paicevano e non piacevano ed era aggiornata di volta in volta in base alle preferenze dei lettori.

Oppure una bella canzone nuova che parli delle sue origini Crotonesi, di essere poi residente a Roma, nel cuore dell’ impero in una paese dove impazza la Lega e sentirsi estraneo a casa propria e chiacchierare dei paradossi che ne conseguono.

Potrebbe anche essere una melodia ben orecchiabile che elenchi tutti i benefit di cui godono i nostri parlamentari

Oppure un testo che racconti dei nuovi operai che votano a destra, che il pensiero di sinistra è diventato extraparlamentare o dell’appiattimento culturale italiano, o del nulla che avanza che invece ci sembra così pieno, della mancanza di idee, del quasi totale vuoto televisivo, degli elettrodomestici comprati a rate, insieme alle vacanze, dell’importanza di guidare un suv, di tutte le tariffe della telefonia mobile disponibili, di quanto ci danno fastidio gli extracomunitari che un domani se la pensione non ce la pagano loro non ce la pagherà nessuno,… cose facili, cose di questo tipo, piccole scene di vita quotidiana cantate così come lui ci ha abituato.

Perché questa era la sua magia: idee importanti recitate e cantate con ironia, sbeffeggiate, prese dalla nostra routine, a partire dall’orario del 27 notturno fino al nostro inno nazionale.

Una bella canzone o un intero album in cui ci faccia capire chiaramente che ride di noi e lo fa pubblicamente e diffonde il suo riso moltiplicato in radio in televisione (ammesso che qualcuno lo ospiti) e ci faccia ridere a nostra volta di noi stessi, ci faccia riflettere, stimoli le nostre sinapsi.

E con una pungente cattiveria ci faccia aprire gli occhi su questa terribile realtà.

a te che odi i politici imbrillantinati
che minimizzano i loro reati
disposti a mandare tutto a puttana
pur di salvarsi la dignità mondana
a te che non ami i servi di partito
che ti chiedono il voto un voto pulito
partono tutti incendiari e fieri
ma quando arrivano sono tutti pompieri”

Mi manca Rino Gaetano.

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Umori da ennesimo week end elettorale

E se credete ora che tutto sia come prima,

perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina,

convinti di allontanare la paura di cambiare,

verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte,

per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti,

per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.

Fabrizio De Andrè

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Formidabili quelle lotte

Lunedì 7 aprile il teatro Strheler ha ospitato in anteprima uno spettacolo tratto dal libro di Mario Capanna “formidabili quegli anni”, dove per “quegli anni” ci si riferisce, ovviamente, al ’68, un numero che racchiude in sé una serie di eventi che tutti dovremmo conoscere.

Uno spettacolo emozionante, soprattutto grazie all’interpretazione di Giulio Casale che trasmette vibrazioni e pensiero politico dando voce ai pensieri di Mario Capanna.

La rappresentazione racconta i fatti di quegli anni, le manifestazioni, il terrorismo, i fatti da Avola, ma soprattutto lo spettacolo vuole catturare la rivoluzione culturale che il 68 ha portato in Europa, una rivoluzione che ha illuminato e unito studenti e operai in un’unica comune lotta: quello dell’affermazione dell’individuo contro un sistema oppressivo e omologante.

Giulio Casale è anche un esperto di teatro canzone, quindi alterna sapientemente la recitazione all’interpretazione di canzoni di quel momento storico, non posso nascondere di aver provato un brivido a canticchiare sotto voce la “canzone di maggio” di De Andrè e “la storia siamo noi” di De Gregori.

In fondo cosa chiedo ad uno spettacolo teatrale? Chiedo di emozionarmi, chiedo che mi insegni la vita, che mi possa lasciare qualcosa a cui pensare nei giorni successivi alla rappresentazione, che mi dia delle idee e stimoli la mia mente e la mia curiosità.

Questo spettacolo, in modo molto semplice, con un allestimento senza troppe pretese,riesce a fare tutto questo.

E poi io sono di sinistra e quindi mi sono sentita partecipe.

O forse la forza di certe idee è così coinvolgente che risulta molto difficile sottrarvisi.

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Fatti il tuo formaggio (senza caglio!)

In questi due semplicissimi modi:

Primo modo: procurarsi un latte di ottima qualità, rigorosamente intero.

Metterlo sul fuoco aggiungendo un po’ di sale e qualche goccia di limone.

Non appena l’acqua si sarà divisa dalla parte che caglia, filtrare, scolare, far raffreddare e mangiare.

Esce una specie di ricottina sofficissima da guarnire con rucola, valeriana, spezie fresce e quant’altro la fantasia può suggerirvi.

Secondo: procurarsi dello yougurt denso ed intero (lo yougurt greco è l’ideale).

Aprirlo e metterlo in frigo a sgocciolare (io ho usato le vaschette delle verdure: una l’ho bucata e l’ho usata come contenitore per lo yougurt, l’altra l’ho messa sotto per raccogliere l’acqua)

Lasciar sgocciolare per almeno 24 ore, anche di più se si desidera avere un formaggio più asciutto e spalmabile.

Quando è il momento togliere dal frigo e condire a piacimento con spezie e olio.

Il risultato è simile al philadelphia, ma dal punto di vista della bontà, non c’è paragone!

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