Il capolavoro di Tabucchi

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Ho ripreso in mano questo libro a distanza di circa 10 anni dalla prima lettura.

Ammetto che 10 anni fa non ne avevo compreso esattamente il senso, oggi invece questo romanzo mi apre infiniti orizzonti.

Pereira sostiene di aver tenuto gli occhi e le orecchie chiuse, di non aver visto o di non aver voluto vedere e capire, di aver più o meno volontariamente o per cause del destino, preso le distanze da ciò che accadeva intorno a lui, sostiene di aver creduto a quello che veniva detto e a quello che veniva scritto senza mai interrogarsi sulla veridicità dei fatti, senza mai confrontare quello che poteva vedere realmente rispetto a quello che veniva raccontato

Sostiene di aver aperto piano piano gli occhi sugli orrori del regime e le falsità che venivano scritte, sostiene che la sua graduale presa di coscienza è poi coincisa con un graduale agire per far capire prima di tutto a se stesso di essere un uomo e come tale di avere dei diritti imprescindibili, primo tra tutti quello della libertà di pensiero.

Pereira rappresenta il dramma sociale in cui oggi ci ritroviamo a vivere anche a causa delle persone che non pensano, che preferiscono ignorare i fatti quotidiani piuttosto che fare uno sforzo mentale in più per cercare di comprenderli, persone che si dicono informate perché in 4 fermate di metropolitana hanno sfogliato City o Metro, gente che prende tutto per buono limitandosi a quello che sulla facciata di ogni cosa si vede e si legge.

Pensare a volte rappresenta uno sforzo difficile ma necessario per trasformare un fatto in una presa di coscienza e quest’ ultima in una azione.

L’azione di Pereira è insita nella sua professione: il giornalismo, la nostra azione sarà rapportata a quanto ciascuno di noi può fare per non rimanere inerte davanti a tutto quello che succede.

“E pensò che doveva fare presto, molto presto, 

ormai non c'era più tanto tempo, sostiene Pereira” 

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