Archivio per Giugno, 2008

Dopo di lei

Roberto, mio fratello di pelle ma non di sangue, una delle persone a cui devo di più nella vita, mi consiglia sempre dei libri.

“Dopo di lei” di Jonathan Tropper è l’ultimo che mi ha regalato.

E mi fa piangere e mi fa ridere di continuo, esattamente come nella dedica che mi ha vergato a penna nera sulle prima pagine e io non potrò mai essergli abbastanza grata per avermi incontrato e voluto come amica.

E’ la vita, tutto qui. Non c’è lieto fine, solo giorni lieti, momenti lieti. L’unica vera fine è la morte, e credimi, nessuno muore felice. E il prezzo per non essere morti è che le cose cambiano di continuo, e l’unica cosa su cui puoi contare è che non ci puoi fare assolutamente niente.” J. Tropper

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I sacchetti del pane

Non butto via i sacchetti di carta che si usano per trasportare il pane del panettiere.

Li riutilizzo.

In che modo?
Torno dal fornaio e mentre ordino gentilemente “un bocconcino”, gli porgo il sacchetto del pane, vuoto e ben piegato.

La prima volta il panettiere mi ha guardato strano, invece a lungo andare ha imparato e già sa che io sono una cliente che non ha bisogno tutti i giorni del sacchetto nuovo: uso quello vecchio!

Del resto, buttare via il sacchetto del pane fresco non ha proprio senso.

Dopo aver trasportato il pane è ancora in ottime condizioni e io in  genere riesco a farlo durare un mese.
Non mi sembra una cattiva idea.

Inizio a diffonderla qui.

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A mia Mamma

Se potessi, se fosse facile ma anche se fosse molto difficile, vorrei farti un bel regalo. Uno di quelli inaspettati, non per un compleanno o per natale, ma un regalo inatteso, in giorno qualsiasi, magari di pioggia. Vorrei poter uscire dall’ufficio con un bel pacchetto sotto il braccio, decorato da un bel nastro colorato, e prendere l’autobus fino a casa, citofonare, salire i due piani di scale a piedi in preda  all’entusiasmo, arrivare alla porta e con un bel sorriso mostrartelo e dirti “ho un regalo per te” e andare in cucina insieme, appoggiandoci sul tavolo vedertelo aprire e sentirmi gli occhi un po’ umidi, dopo che avrai sciolto il fiocco, vedendoti contenta del contenuto . Mi piacerebbe tutto questo, ma so che non è realizzabile, perchè il regalo che cerco non si vende da nessuna parte, perchè ho fatto di tutto per trovarlo e portartelo, ma non c’è stato niente da fare, non ha un prezzo e non è nemmeno in regalo. Non potrò dirti “Mamma, è finita! La vita può tornare quella di un tempo! Guarda, ti ho regalato la serenità, non la desideravi tanto? Non chiedermi dove, ma l’ho trovata!”

E allora la sera, uscendo dall’ufficio, tristemente arrivo a casa, sapendo di non poter leggere sul tuo volto la luce di un tempo e di non riuscire più a vedere i tuoi occhi che sorridono.

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L’illuminante Stefano Benni…

Solo lui sa essere così  allegramente triste…

“Chi, per vincere le elezioni, ha puntato tutto, sulla paura e sul senso di insicurezza, ha avuto ragione. L’aggressione climatica è in atto. Gli italiani sono stati derubati della primavera e dell’estate, la pioggia flagella il paese, i fiumi tracimano, orde di vacanzieri benzodipendenti formano code di chilometri sotto tuoni e fulmini, i traghetti beccheggiano, i pomodori marciscono, i ghiacciai fondono.

La responsabilità di tutto ciò ovviamente, non è dell’avidità dei boss dell’economia, del mostruoso proliferare delle auto e dei gas inquinanti, dello scempio dell’ambiente. La colpa è di alcune ben individuabili minoranze criminali.

I ghiacci del polo si stanno sciogliendo per colpa degli eschimesi, popoli nomadi affini ai Rom che fumano, cucinano e petano senza ritegno negli igloo. I loro squallidi villaggi abusivi sparsi nel ghiaccio intossicano l’aria, le loro slitte a motore inquinano e ingialliscono il pelo degli orsi polari.

Al polo sud, migliaia di pinguini terroni emigrano in continuazione facendo traballare sotto il loro peso la già sovraccarica banchisa.
La corrente del golfo è stata deviata dai gommoni albanesi e da pescherecci marocchini, avidi di pesca e guadagno. Le foreste amazzoniche sono state distrutte da senegalesi e pakistani per farne statuette da vendere.

Una folta coltre di smog copre le città italiane: la colpa è evidentemente delle stufe a gas di vecchio modello dei campi nomadi. Intanto le comunità di barboni accampate sui fiumi erodono gli argini col loro peso, e i terroristi islamici hanno distrutto l’agricoltura italiana con falsa grandine lanciata da aerei siriani.

La mancanza di un vero federalismo fa sì che anche sui paesi del nord arrivino in continuazione nembo-cumuli dalla Romania, e scirocco magrebino. Quando avremo finalmente le riforme, sul Po pioverà solo quando vorranno i padani, non quando deciderà Roma Ladrona o i faccendieri europeisti Giove e Odino.

Il governo darà subito una pronta risposta. Sono pronte ronde di diversi partiti che segnaleranno l’entrata nei confini nazionali di nuvole di colore scuro o meticcio, portatrici di danni e illegalità isobarica. Il governo ombra si è detto disposto a fornire diecimila volontari di grossa stazza per coprire dal sole i pensionati più anziani. Nessuno rinuncerà all’auto, anzi file di vacanzieri continueranno a procedere a passo d’uomo nelle autostrade più intasate di Europa. Ma se beccheremo un solo lavavetri davanti al nostro parabrezza, sapremo chi rallenta il traffico.

Il nemico si è fatto più subdolo: attacca dall’alto e dal basso con inondazioni, frane, perturbazioni e basse pressioni. Ma è sempre lui: l’invasore straniero che vuol sabotare l’azzurro e temperato clima italiano. Non ci faremo ingannare dagli ecoterroristi e dai frocetti verdi: sappiamo chi sono i veri nemici della nostra terra, i veri distruttori. Sappiamo di chi avere davvero paura.

E’ vero, c’è un clima nuovo in Italia. Avevamo tanti partiti ora ne abbiamo due: il centro destra e il centro-sinistra-verso-destra. Avevamo quattro stagioni e ora ne abbiamo due: afa o diluvio. Ci estingueremo pieni di sicurezza.”

Stefano Benni

www.stefanobenni.it

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quanto è buono il pane al pignoletto

Questa settimana, finalmente, ho sfornato il pane al pignoletto rosso. Avevamo acquistato la farina a dicembre, in occasione della sagra del Pignoletto e poi l’abbiamo lasciata riposare per tutti questi mesi in fondo alla credenza…

Anzitutto un chiarimento su cos’è il pignoletto rosso.

A Banchette (che è dove abito io, nel verde canavese) il Pignoletto Rosso è un’istituzione, e quando si dice Pignoletto si intende un particolare tipo di Mais originario dell’America Centrale.

Da qualche anno è partita una sperimentazione di coltivazione di questo tipo di mais con modalità biologiche, infatti nel canavese si vanta la “produzione del pignoletto rosso canavesano”  e il risultato della lavorazione di questa specie di pannocchia è un’ ottima farina con cui cuocere polenta o farci il pane.

Per l’appunto io ci ho fatto il pane. Ho usato la ricetta del pane integrale, solo che al posto della farina integrale ho messo la farina di pignoletto.

Queste le grammature:

300gr di farina tipo0

300gr di farina di pignoletto

360ml d’acqua

2 cucchiai di sale

1 cucchino di miele

mezzo cubetto di lievito di birra

un cucchiaio di Olio d’oliva extravergine.

Ho buttato il tutto dentro la macchina del pane che dopo tre ore di cottura mia ha restituito una pagnotta di ottima consistenza, facilemnte affettabile e gustosissima per il palato. Si accompagna ottimamente con le marmellate, ma anche a tavola dà le sue brave soddisfazioni. Sicuramente lo rifaremo a breve!

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La pasta è fatta in casa

Ebbene sì, Siòri e Siòre, ci cimentiamo nella produzione della pasta.

Il primo esperimento è stato fatto con i maltagliati al grano kamut, serviti semplicemente con sugo di pomodorino fresco e una grattata di formaggio ricotta.

Basta avere delle buone braccia e circa mezz’ora di tempo per produrre una bella sfoglia da cui intagliare le forme che più vi piacciono.

Io ho fatto così: ho pesato duecento grammi di farina di grano kamut, ho preso una bacinella con un po’ d’acqua e un cucchiaio, ho lavato bene il tavolo, mi sono armata di mattarello e coltello.

Ho iniziato versando circa tre cucchiai di acqua sopra la farina e lavorando energicamente l’impoasto, ho aggiunto man mano diversi cucchiai d’acqua, fino a quando ho sentito che l’impasto aveva raggiunto un buon grado di consistenza resistenza. Deve risultare ben malleabile ma comunque “fermo”. Se si abbonda troppo con l’acqua, basta correggere con un po’ di farina, facile ;-)

Quando la palla è ben lavorata, mettete un po’ di farina sulla spianatoia e vai di forza di braccia con il matterello. Stendere la sfoglia non è diffcile, ci vuole solo forza.

Non stancantevi di tirare l’impasto mentre lo stendete e soprattutto, aggiungete farina sulla spianatoia se non volete che il vostro prezioso lavoro diventi un tutt’uno con il piano su cui lo state lavorando.

Quando avrete raggiunto lo spessore uniforme di uno o due millimetri per tutta la vostra sfoglia, con un coltello tagliate a caso (per avere i maltagliati) oppure delle listarelle, per avere delle tagliatelle.

La pasta va ben infarinata mentre la posizionate sul piatto o sul vassoio sulla quale la farete essicare, affinchè le tagliatelle o i maltagliati non si appiccichino l’un l’altro.

Appena l’acqua (già salata) bolle, tuffate i vostri manufatti che saranno cotti in pochissimo tempo!

Mentre sudavo sulla sfoglia avevo preparato sul fuoco un pentolina con un buon numero di pomodorini lavati e tagliati, porro, un filo d’olio e una manciata di sale, ho cotto tutto a fuoco lento e alla fine ho passato tutto con il minipimer.

Settimana prossima farò la asta integrale e quella dopo ancora la pasta al farro. Vi farò sapere…

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Hungry Planet: what the world eats

E’ il titolo di un bellissimo libro fotografico, purtroppo dal costo abbastanza alto, che racconta per immagini cosa mangiano le famiglie del mondo.

Curioso vederne la composizione familiare, l’ambiente in cui vivono e ciò di cui si nutrono. Agghiacciante il rapporto membri della famiglia/quantità di cibo disponbile.

Mi riprometto sempre che vorrei regalarmelo, ma poi per un motivo o per un altro non mi decido, ammetto che è anche una questione di costo.

Però ieri sera, mentro ero a tavola insieme ai miei genitori, mia sorella e i miei nipotini ero quasi stupita del fatto che, come per magia, dal nostro frigo potessero uscire con facilità nell’ordine: carne, insalata, pomodori, carote, patate, mele, pere, formaggio, funghi, yougurt, acqua in bottiglia, latte. Ok, non è granchè, anche perchè noi siamo una famiglia abbastanza semplice e il nostro frigo non ospita raffinatezze o preparati di gastronomia da gambero rosso, inoltre non abbiamo mai avuto in casa junk food tipo bibite, merendine, patatine… ma l’idea che dal nostro frigo comunque possano uscire delle cose buone e salutari, in gradi di nutrirci, saziare la fame, farci crescere in modo sano e che tutto questo è disponibile senza troppa fatica, mi ha fatto riflettere ancora una volta sulle pari opportunità mondiali, sull’etica delle nostre azioni, su quante cose della nostra quotidianità diamo per scontate.

E allora, sempre ieri sera, mentre mia mamma, da nonna solerte qual è, sbucciava la mela al niotino che innocentemente ne faceva richista, mi è venuto in mente questo libro e mi sono immaginata la mia famiglia reimpiantata in una realtà lontana, differente da questa, dove la necessità di avere del cibo essenziale alla sopravvivenza non può essere soddisfatta.

Mai dimenticarsi di interrogarsi a scapito di chi, o di cosa, viviamo tutti i giorni il nostro benessere. Per questo dovrei alla fine acquistare il libro, per avere sotto gli occhi quotidianamente le altre realtà.

Il mondo è affamato, lo dice anche il titolo di questo libro, ed è solo per caso che io appartengo a quel 20% della popolazione che accede all’80% delle risorse disponibili. Non devo dimenticarlo.

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