Forse, a seguito della sentenza di martedì sui fatti di Bolazaneto, ci sentiremmo di essere daccordo con il fatto che la magistratura è da rifare.
Ma questa è un’idea fuorviante e la sentenza di martedì è l’ulteriore conferma che il problema con cui abbiamo a che fare non riguarda esattamente la magistratura ma lo stato.
Uno stato odioso, razzista, purulento, invischiato e tutto da rifare, uno stato che ci regala l’esercito in strada, uno stato nel quale io inizio seriamente a vergognarmi di abitare.
Questa sentenza cade come un’ulteriore mannaia su una situazione giudiziaria stroicamente insopportabile, almeno relativamente a tutti i fatti “nodali” del nostro passato di “italiani brava gente”.
Una sentenza odiosa, che cancella sofferenze ed umiliazioni, che riduce e minimizza senza chiamare le cose con il loro nome: tortura, consumata in uno stato che si professa civile, in uno stato che tutela l’uomo e i suoi diritti, in uno stato in cui è necessario denunciare e punire fatti che non hanno a che fare con la dignità, con il rispetto, con la tutela. Uno stato che in vent’anni non ha mai trovato il tempo di aggiornare i suoi codici al diritto internazionale.
In uno stato in cui il reato di tortura non esiste, era indispensabile dover ufficializzare e punire ciò che è successo a Bolzaneto.
Invece, a distanza di 7 anni arriva una sentenza cieca, che non vede la gravità degli atti, derubricandoli ad abuso d’ufficio e a violenza privata, che non ferma il punto sull’inaccetabilità delle gravi violenze fisiche e morali e fa scivolare via tutto come se si fosse trattato di cose che … sì, non dovrebbero, ma possono succedere…
Invece a tutti questi fatti, denunciati da oltre 200 persone, segue il vuoto giudiziario.
L’immagine delle forze dell’ordine non ne esce nemmeno scalfita.
Quindi sentiamoci ormai ufficialmente parte del nostro nuovo e riconfermato stato, non più democratico, ma di polizia.







