E siamo ancora qui,
nel cuore dell’appennino lucano.
Siamo qui per le feste, per una visita ai miei parenti acquisiti, (un tempo si chiamavano suocera, cognato e altri termini tipo questi, che io non ho mai amato molto e di conseguenza non sono mai riuscita ad imparare. Io li considero semplicemente un prolungamento della mia famiglia d’origine), siamo qui in un certo senso “a casa”.
Per ritrovare un po’ i ritmi che durante l’anno proprio non riusciamo ad avere, troppo consumati come siamo dall’iperattività di cui ancora oggi io a volte sono purtroppo vittima. Siamo qui anche per mettere su più di un po’ di ciccia lungo i fianchi, una matassina che ci serva da scorta per affrontare l’ultima parte dell’inverno.
Nel frattempo gli Isralieni sparano sui Palestinesi; la crisi – più o meno mediatica – si fa sempre più vicina e non sappiamo come la affronteremo; Berlusconi persegue il presidenzialismo per non smentire la sua perfetta conoscenza del programma della loggia; a Milano si è sentito il terremoto (insomma, Milano non è una zona sismica) e gli stivali da esquimese, tantissimo di moda a Londra, trovano piedi disposti ad indossarli anche qui, in italia.
Il tutto è avvenuto mentre si spiluccava una fetta di soppressata e una di salsiccia, tra un bicchiere di aglianico puro e uno di sveva e rosicchiando la carne al sugo che solo qui, cosa abbastanza curiosa, fa ancora parte del primo.
Con una buona dose di cinismo, che in genere non mi contraddistingue, mi domando con queste ferali premesse, cosa ci aspetterà per il prossimo anno. Sono una vecchia scuola, abituata a fare due pensierini a cavallo di una nno con l’altro.
Sarà l’effetto dell’aglianico ma mi viene da fischiettare che fondamentalmente…
“L’anno che sta arrivando tra un anno passerà,
io mi sto preparando è questa la novità”.
Ho rivisto Love Actually.
Mi è piaciuto, mi ha divertito, mi ha emozionato, mi ha allegerito i pensieri, mi ha fatto sognare, mi ha donato del sano buonumore.
Il Natale fa da sfondo, ma potrebbe anche non esserci; invece una Londra bellissima, ricca e sicuramente un po’ surreale, è la cornice di una storia intessuta con parecchie trame, spesso altrettanto surreali, alle quali potersi appassionare e dalle quali farsi un po’ confondere… e io mi sono fatta confondere e appassionata praticamente a tutte.
…ma è cura, dedizione, pazienza. Ci vuole ricordare questo lo spettacolo allestito al Teatro Studio in queste giornate, rappresentazione infrasettimanale per le scuole e solo nel fine settimane per il pubblico serale, quindi diciamo quello adulto. In scena ci sono i bambini, accompagnati da Andrea onasson, che in passato ha avuto la fortuna di lavorare con Giorgio Strehler e vengono rappresentate, tratte da Alfonso Sastre e Bertolt Brecht, “La storia della bambola abbandonata” e “Il cerchio di gesso del Caucaso”. Due racconti che hanno in comune lo stesso quesito di fondo: “le cose sono di chi le lavora, di chi le migliora, di chi le ama oppure di chi le ha ricevute senza aver fatto nulla per conquistarle?“ Uno spettacolo imperdibile, tenero, delicato e commovente; poi io come al solito, alla fine, non riesco a trattanere una piccola lacrimuccia sulla ninnananna cantata con così tanto amore da una bimba alla sua bambola, stringendosela delicatamente al petto.
Io sono stata prima una bambina e poi una ragazza affezionata al Natale.
In genere il 24 pomeriggio già mi presentavo a casa dei nonni per dare una mano e aspettare l’arrivo degli zii e poi dei cugini. In realtà dei cugini non mi è mai interessato molto; tranne qualcuno, li ho sempre trovati un po’ snobboni nei miei confronti, ma degli zii sì, mi interessava e viceversa da loro ero sempre tenuta in gran considerazione.
Ci scambiavamo un sacco di regali sotto un alberello plasticoso bianco addobbato con delle palline orrende e delle luci altrettanto brutte. Però era l’alberello dei nonni, a loro piaceva quello, così non mi sono mai permessa di esprimere il mio parere, anzi, tutti gli anni lo prendevamo dalla cantina e poi lo sistemavamo in salotto, spesso mi occupavo personalmente dell’allestimento.
E poi c’erano le frittelle fatte da mia nonna, le cose buone portate un po’ da tutti e si passava una serata tra carte, regali, cibo e sempre un po’ di attenzione al natale come OCCASIONE in cui stare insieme e ricordarci l’uno dell’altro, ma anche come occasione religiosa e di riflessione.
Ero bambina, ero inconsapevole.
Poi sono passati gli anni.
I miei nonni sono morti.
I miei cugini hanno fatto tutti un sacco di figli e anche mia sorella.
Il Natale per me piano piano si è trasformato in un qualcosa che non assomiglia più semplicemente a quell’odore che respiravo la sera del 24 dicembre quando la città era fredda e a volte nevicava.
Oggi lo associo alla triste pubblicità del panettone in tutte le sue svariate e terribili forme e la montagna di addobbi “made in china” venduti nei centri commerciali a partire da metà novembre, sono le persone che conosco che si portano già avanti con dei “presenti” di fortuna, perchè metti che qualcuno ti fa un regalo e tu non sei preparato, che fai? non sta bene.
Natale oggi è quasi solo l’obbligo di confezionare dei doni da consegnare prima di una certa data, e non dopo un’altra certa data affrontando il delirio da shopping che pervade tutta la cittadinanza.
Si possono fare regali in qualunque momento dell’anno e a me piace di più farli esattamente in qualunque momento dell’anno. Gli addobbi natalizi dell supermercato li trovo brutti e spesso ridicoli, non amo più nemmeno l’idea che ci si veda per mangiare… come se non mangiassimo già fin troppo tutto l’anno per doverlo fare ulteriormente a natale.
Non ci sono più nemmeno le partite a carte, i giochi in scatola e le chiacchiere inutili, c’è solo la tv che fa da sfondo a pranzi e cene, vecchi film che vengono riproiettati in modalità standard ogni anno e così alla vigilia, a natale e alla grande diretta del capodanno.
Non sopporto che l’essere più buoni ci venga dalla pubblicità assurde e dalle vetrine dei negozi e non da un sentimento che si prova dentro, sempre.
Sono più buona ma metto sotto l’albero doni confezionati da uomini senza diritti, da bambini che non sanno cosa sia l’infanzia, da persone sfruttate per tenere alto a poco prezzo il nostro benessere e la nostra soddisfazione. Mi sento un po’ scollata da questa realtà costruita ad hoc.
Mi mette a disagio la mancanza di consapevolezza. Contrariamente a quanto ero abituata, per la prima volta, quest’anno, non ho comprato neppure un addobbo e quelli che ho casa iniziano a non piacermi più.