Ho rivisto Love Actually.
Mi è piaciuto, mi ha divertito, mi ha emozionato, mi ha allegerito i pensieri, mi ha fatto sognare, mi ha donato del sano buonumore.
Il Natale fa da sfondo, ma potrebbe anche non esserci; invece una Londra bellissima, ricca e sicuramente un po’ surreale, è la cornice di una storia intessuta con parecchie trame, spesso altrettanto surreali, alle quali potersi appassionare e dalle quali farsi un po’ confondere… e io mi sono fatta confondere e appassionata praticamente a tutte.
Le scene e i dialoghi sono di una semplicità disarmante, ma mai banali e la storia è attraversata da canzoni appassionate, vissute, sconcertati, dolorose.
Bellissimo.
Una storia d’amore così intensa che i protagonisti non si scambiano nemmeno un bacio.
Inutile dirlo, ma alla fine un po’ mi ha fatto piangere.
E sì, perchè si è deciso che il venerdì sera si va a godersi un po’ di pellicola sul grande schermo e poi con la tessera Aice, che consente l’ingresso a 4,50€ è davvero un piacere potersi guardare anche un film solo ed esclusivamente per il gusto di guardarlo.
Ricordo abbastanza lucidamente e senza nostalgia che l’ingresso in un cinema di Milano arriva anche a 8€. Certo c’è la poltrona avvolgente, il dolby sourround, la vasca di pop-corn giganti ad un prezzo gigante, ma visto quanto paghi il biglietto non puoi assolutamente permetterti di sbagliare film.
Così questa settimana con estremo piacere e anche con gioia (almeno mia) siamo andati a vedere Mamma Mia! il musical costruito sui testi delle degli Abba.
Io sono stata una noiosa bambina cresciuta a pane, Abba, Rodrigo’s guitar e Platters, così devo ammettere che al cinema canticchiavo a bassa voce i pezzi rivisti e ricantati da Maryl Streep (fantastica) e dal resto del cast. Ho anche un po’ ballucchiato sulla poltrona, ma con discrezione, odio chi infastidisce il pubblico durante gli spettacoli sia cinematografici che teatrali, quindi sono una persona che in sala sa come comportarsi.
So che può sembrare assurdo, ma nella settimana precedenta alla visione del film mi sono stampata i testi delle canzoni che sarebbero state cantate e me le sono studiate, tradotte e ho cercato di coglierne il senso. Sapevo che sarebbe stato più bello gustarmi il film senza dovermi leggere i sottotitoli, infatti così è stato.
Lo sfondo di una Grecia bellissima, così come me la ricordavo, ha reso questo film davvero scoppiettante.
Nulla di particolare in sè, una storiellina simpatica, ma per gli appassionati del complesso svedese, dopo “Le nozze di Muriel” rimane un film imperdibile!
Silvio Orlando ha sempre un’espressione malinconica, sembra abbia occhi che scrutano un orizzonte alla ricerca di un qualcosa che non trova mai e questo qualcosa, che manca sempre, gli impedisca di sorridere.
Non di sorridere con la bocca, ma con il viso intero, perchè la bocca può incurvarsi in un sorriso, ma i suoi occhi tradiscono sempre malinconia.
Così in questo film dalle atmosfere d’altri tempi, male illuminate, esattamente come sessanta anni fa erano male illuminate le case e le strade, con appartamenti arredati a volte senza nemmeno quello che oggi possiamo considerare essenziale, Pupi Avati attraverso il sorriso triste di Silvio Orlando, ci porta attraverso una storia fortemente drammatica sul fallimento dei rapporti tra marito e moglie e tra genitori e figli, in uno sfondo storico che va dal 1940 al 1950, anni di guerra e di ricostruzione visti dai portici di Bologna, insieme alla vita misera di un professore contro la vita agiata dei funzionari di Stato e al rincorrersi di desideri che portano alla disperazione.
Attraverso lo sguardo mai del tutto presente di Alba Rohrwacher che recita una ragazzina insicura, bruttina e a tratti anche folle, Avati ci racconta le difficili ragioni della drammatica storia di una figlia iperprotetta e quotidianamente testimone del matrimonio senza amore dei suoi genitori.
Quindi eterni e irrisolti conflitti umani che non sappiamo mai, alla fine, dove ci porteranno.
Devo dire che era da un po’ di tempo che aspettavo arrivasse nelle sale italiane questa pellicola.
Il regista, Jason Reitman, ci aveva già deliziato con un piccolo gioiello di originalità dal messaggio “very strong” con “Thank you for smoking” e mi ha lasciato decisamente soddisfatta con questa nuova storia che ci racconta di una ragazzina dal faccino pulito che per qualche motivo, legato forse all’abbigliamento della protagonista, alla sua voglia di non appiattirsi su tutto quello che le amiche considerano fondamentale, alle idee un po’ buffe suggerite da una testa peperina e alla sfrontataggine con cui affronta alcune situazioni, mi ha ricordato me stessa.
Un bell’esempio di piccola donna fuori dalle righe, io me ne sono innamorata. O se fossi un uomo e l’avessi incontrata,sarei caduto cotto marcio ai suoi piedi e le avrei detto: fa’ di me ciò che vuoi, ma soprattutto risvegliami lo spirito, riaccendimile idee.
Certo, poi c’è anche la storia della “dolce attesa” che accompagna questo ritratto di freschezza, di ironia, di carattere, di forza nell’affrontare situazioni così fuori portata per una sedicenne, fatto anche di momenti di debolezza, di sconforto e di nevrosi (e chi non li avuti, anche in situazioni normali?).
Chi è Juno se non una ragazzina molto sveglia e pronta ad uscire dal mondo incantato per affrontare quello disincantato?
Non lo considero un film sulla gravidanza, men che meno un film sull’aborto.
Piuttosto un film di ampio respiro sul desiderio di esprimere se stessi.
Mi capita ogni tanto di guardare un film o uno spettacolo teatrale ed emozionarmi. Non so se sono una con le palle cotte e con una fragilità latente o semplicemente sono solo sensibile e facilmente emozionabile.
Più raramente invece mi capita di guardare un film o uno spettacolo teatrale, leggere un libro o essere testimone di un evento ed emozionarmi, non tanto per un sentimento di commozione e compartecipazione verso quello a cui sto assistendo o leggendo, ma perché queste rappresentazionimi fanno sentire parte di un tutt’uno universale , accumunata a delle idee, degli ideali, delle aspettative che mi danno consapevolezza del fatto che non sono sola, che con me e come me ci sono, ci sono state e ci saranno tante persone con cui poter condividere sentimenti e pensieri.
Questo ideale abbracciarsi lo provo sempre alla manifestazione del 25 aprile, l’ho provato a Roma quando si manifestava per i fatti di Genova, a Milano alla manifestazione seguita alla morte di Dax
Questo mi è successo ieri sera guardando il film di Alina Marazzi “Vogliamo anche le rose”, uno squarcio sul ventennio 1960-1980 una serie di filmati storici e immagini e storie così ben dosato da essere poetico. Un film documentario sulle lotte portate avanti dalle donne, sul disagio di ieri e di oggi, sulla mercificazione della donna, sull’aborto, sulla sessualità ma anche sugli assurdi del femminismo politico,
Quindi poesia, politica, impegno civile, ricordo, memoria, lotta, ironia, intimità
Questo è il cinema che mi piace e che non è così facile vedere.
E poi uno slogan inquadrato più e più volte scritto con lo spray in grafia tondeggiante sul muro della Casa della Donna a Roma in via Governo Vecchio:
“Siamo realiste: vogliamo l’impossibile” .
Molto semplicemente alla fine del film si ha voglia di ringraziare una per una queste donne che volevano l’impossibile.
Grazie a loro se oggi si può prendere la pillola contraccettiva come se fosse un qualsiasi farmaco acquistato in farmacia,
se oggi si ha la possibilità di decidere sulla propria maternità e se le donne di tutti i ceti sociali hanno la possibilità di abortire senza rischiare la vita,
se si è diffusa una cultura di pari dignità sociale, di famiglia in cui i coniugi hanno gli stessi diritti e doveri.
Non diamo nulla per scontato, qualcuno si è battuto ieri per i nostri diritti di oggi.