Vorrei poter vivere abbastanza a lungo per poter leggere tutti i libri che desidero e per poter visitare tutto, o quasi, il mondo.
Archivio per desideri
…per le strade di Roma
Ho due giorni da passare, per motivi di lavoro, per le strade della capitale.
Vie del centro alberate, vento fresco per essere luglio, i negozi che vendono la pizza al taglio e le case d’epoca che fanno da sfondo alle vie. Le strade piene di gente per la pausa pranzo, il rumore dei clacson che fa da sfondo costante, la solita Roma insomma!
Continuo a subirne il fascino, forse solo perchè non abito qui, di fatto tutte le persone non autoctone che da qui sono transitate per tempi medio-lunghi, hanno poi preferito scegliere altri luoghi dove vivere e mentre passeggio non so spiegarmi come si può non desiderare di vivere in un museo a cielo aperto dalla temperatura tiepida.
Mi ricordo passeggiate in Campo dei Fiori a fine agosto, per mano con mio papà, alla sera, quando ero piccola, ospite di alcuni zii; oppure fontana di Trevi, sempre di sera, solo qualche anno fa, in cui ho desiderato di poter essere lì con una persona che mi volesse bene davvero per poter esternare il mio entusiasmo e anche il mio a volte banale romanticismo.
Chiudo quindi con un pizzico di malinconia e nell’attesa di poter essere qui con la mia personalissima metà del cielo (con la quale vorrei fare tutto, dal pranzo da Ciro a Mergellina, fino a un viaggio in Islanda, fino a stare fermi nel nostro nido) fischietto un motivetto…
“T’invidio turista che arrivi,
t’imbevi de fori e de scavi,
poi tutto d’un colpo te trovi
fontana de Trevi ch’e tutta pe’ te!
Ce sta ‘na leggenda romana
legata a ’sta vecchia fontana
per cui se ce butti un soldino
costringi er destino a fatte tornà.
E mentre er soldo bacia er fontanone
la tua canzone in fondo è questa qua!
Arrivederci, Roma…
Good bye…au revoir…
Si ritrova a pranzo a Squarciarelli
fettuccine e vino dei Castelli
come ai tempi belli che Pinelli immortalò!”
da ARRIVEDERCI ROMA (Garinei, Giovannini e R.Rascel)
La foto è di Giorgio Marinelli, che ringrazio per la disponibilità
Aspettando di partire…
Mancano ancora 3 settimane alla partenza per le agognate vacanze. Un anno di intero lavoro per arrivare a quelle tre settimane nel cuore di agosto per riappropriarsi, almeno per un po’, del proprio tempo.
Quest’anno come meta abbiamo scelto di passare una settimana a Parigi, qualche giorno nella regione della Loira e una decina di giorni nella verde Lucania.
L’ asso nella manica che di sicuro mi giocherò in questa vacanze, è il volo dell’angelo, recensito anche dall’edizione Metro londinese.
Nel frattempo Milano in Luglio è sempre la solita, sembra sempre troppo calda, anche quando non lo è poi così tanto, un sacco di gente dal colore della pelle variabile affolla metropolitane roventi e vie assolate, il supermercato di quartiere ti regala sempre un quarto d’ora d’aria condizionata anche se entri per non comprare nulla, i più fortunati sono già partiti e tornati abbronzati, la classe maschile impiegatizia soffre in giacca e cravatta anche nei giorni in cui l’afa non risparmia guardando con invidia chi si aggira in tenuta da piscina, ciabatte incluse.
II nostro nido Banchettese invece ci offre delle serate ancora piuttosto fresche, se possiamo mangiamo in giardino (cioè sul nostro piccolo balconcino) e progettiamo come impegnare questi fine settimana.
Sicuramente domani sera ci sarà una cena al Fornel, che nel mese di luglio propone funghi alla sua affezionata clientela, la stufa sarà spenta ma l’ambiente sarà accogliente come sempre e già mi lecco i baffi al pensiero del burro della valchiusella e del salampatata artigianale e alle altre ghiotte preparazioni e succulenti intingoli che ci verranno proposti;
Poi ci saranno da sistemare le piante per le tre settimane di assenza, soprattutto le piante utili, che vorrei ritrovare vive al nostro ritorno (fragole, salvia, basilico, menta e pomodori) e dobbiamo ideare un sistema di innaffiatura intelligente che provveda per noi, quando non ci saremo. Sembra facile,ma di sicuro non lo sarà. La prima idea che cercheremo di mettere in pratica è quella di bucare delle bottiglie e inserirle con la parte del tappo inserita nella terra.
Poi l’estate è sempre il momento migliore affinchè il governo combini le peggio porcherie, gli italiani sono in vacanza e chi si occupa più degli affari di politica? Chissà cosa ci riserveranno per questa estate 2008 i nostri…
Tra una cose e l’altra passeranno questa ventina di giorni, e poi partiremo anche noi.
Non vedo l’ora!
A mia Mamma
Se potessi, se fosse facile ma anche se fosse molto difficile, vorrei farti un bel regalo. Uno di quelli inaspettati, non per un compleanno o per natale, ma un regalo inatteso, in giorno qualsiasi, magari di pioggia. Vorrei poter uscire dall’ufficio con un bel pacchetto sotto il braccio, decorato da un bel nastro colorato, e prendere l’autobus fino a casa, citofonare, salire i due piani di scale a piedi in preda all’entusiasmo, arrivare alla porta e con un bel sorriso mostrartelo e dirti “ho un regalo per te” e andare in cucina insieme, appoggiandoci sul tavolo vedertelo aprire e sentirmi gli occhi un po’ umidi, dopo che avrai sciolto il fiocco, vedendoti contenta del contenuto . Mi piacerebbe tutto questo, ma so che non è realizzabile, perchè il regalo che cerco non si vende da nessuna parte, perchè ho fatto di tutto per trovarlo e portartelo, ma non c’è stato niente da fare, non ha un prezzo e non è nemmeno in regalo. Non potrò dirti “Mamma, è finita! La vita può tornare quella di un tempo! Guarda, ti ho regalato la serenità, non la desideravi tanto? Non chiedermi dove, ma l’ho trovata!”
E allora la sera, uscendo dall’ufficio, tristemente arrivo a casa, sapendo di non poter leggere sul tuo volto la luce di un tempo e di non riuscire più a vedere i tuoi occhi che sorridono.
Hungry Planet: what the world eats
E’ il titolo di un bellissimo libro fotografico, purtroppo dal costo abbastanza alto, che racconta per immagini cosa mangiano le famiglie del mondo.
Curioso vederne la composizione familiare, l’ambiente in cui vivono e ciò di cui si nutrono. Agghiacciante il rapporto membri della famiglia/quantità di cibo disponbile.
Mi riprometto sempre che vorrei regalarmelo, ma poi per un motivo o per un altro non mi decido, ammetto che è anche una questione di costo.
Però ieri sera, mentro ero a tavola insieme ai miei genitori, mia sorella e i miei nipotini ero quasi stupita del fatto che, come per magia, dal nostro frigo potessero uscire con facilità nell’ordine: carne, insalata, pomodori, carote, patate, mele, pere, formaggio, funghi, yougurt, acqua in bottiglia, latte. Ok, non è granchè, anche perchè noi siamo una famiglia abbastanza semplice e il nostro frigo non ospita raffinatezze o preparati di gastronomia da gambero rosso, inoltre non abbiamo mai avuto in casa junk food tipo bibite, merendine, patatine… ma l’idea che dal nostro frigo comunque possano uscire delle cose buone e salutari, in gradi di nutrirci, saziare la fame, farci crescere in modo sano e che tutto questo è disponibile senza troppa fatica, mi ha fatto riflettere ancora una volta sulle pari opportunità mondiali, sull’etica delle nostre azioni, su quante cose della nostra quotidianità diamo per scontate.
E allora, sempre ieri sera, mentre mia mamma, da nonna solerte qual è, sbucciava la mela al niotino che innocentemente ne faceva richista, mi è venuto in mente questo libro e mi sono immaginata la mia famiglia reimpiantata in una realtà lontana, differente da questa, dove la necessità di avere del cibo essenziale alla sopravvivenza non può essere soddisfatta.
Mai dimenticarsi di interrogarsi a scapito di chi, o di cosa, viviamo tutti i giorni il nostro benessere. Per questo dovrei alla fine acquistare il libro, per avere sotto gli occhi quotidianamente le altre realtà.
Il mondo è affamato, lo dice anche il titolo di questo libro, ed è solo per caso che io appartengo a quel 20% della popolazione che accede all’80% delle risorse disponibili. Non devo dimenticarlo.
a volte piango di gioia
Sono una sensibile.
A volte mi fanno piangere poche parole o delle azioni qualunque.
Non sono sempre stata così, lo sono diventata.
Non so se questo sia un bene, so che è un qualcosa con cui devo convivere e che a volte mi fa stare male, che mi fa sentire di combattere ad armi impari la battaglia della vita.
Mi sembra che le lacrime spesso mi tolgano forza e non mi diano la possibilità di vederci chiaro, che servano solo ad offuscare la vista e spesso e volentieri a farmi fare la figura della stupida.
Non so esattamente cosa si concentri in quelle gocce d’acqua quando scendono, a volte non so nemmeno perché scendano, succede e basta.
Non é quasi mai colpa di brutti pensieri che mi capita di fare o di preoccupazioni perché spesso mi capita di emozionarmi per una gioia che mi sembra incontenibile e che io riesco solo a tradurre in lacrime.
Forse è proprio questo che mi spaventa, il fatto di non riuscire a trasformare le emozione in un modo diverso se non in lacrime, rendendole liquide le butto fuori da me, le esterno, le faccio vedere purtroppo anche agli altri, non riesco a nasconderle perché mi rigano il volto prima ancora che io me ne accorga.
Come funziona questa trasposizione? Perché non sono diventata capace di urlare dalla gioia o di tirare un pugno contro il muro per un’arrabbiatura?
Perché devo sempre “non manifestare” questo modo silenzioso di gioire o soffrire o arrabbiarmi? Questo modo così doloroso che paradossalmente mi fa soffrire anche quando sono felice?
Quale viaggio dentro me stessa dovrei intraprendere per capire?
Il dolore non si seppelisce, io non sono riuscita a farlo e vive dentro di me, sempre. La sofferenza e il peccato sono forme di perfezione dice Oscar Wilde, perché dietro il dolore c’è sempre un’anima e che il segreto della vita sta nella sofferenza e che il piacere è per il corpo e la sofferenza per la bella anima.
Non so… tutto questo non mi consola.
Tutto questo non mi restituisce un modo di interpretare la realtà che me la faccia accettare.
Continuerò ad emozionarmi ascoltando Redemption Song di Bob Marley, guardando le foto dei miei nonni, per una manifestazione del 25 aprile, per le idee di uomini che hanno dato loro stessi credendo in un ideale, continuerò ad emozionarmi leggendo Spoon River e per tutte queste cose che sento ribollire continuamente dentro di me. Continuerò ad emozionarmi per tutto quello che alla fine mi fa sentire viva ma sicuramente non perfetta, non me ne voglia Oscar Wilde!
Malessere di stagione
In questo periodo dell’anno in cui inizia la stagione estiva mi si muovono dentro delle emozioni che mi riportano ad una giovinezza passata, a sentimenti vissuti intensamente , puri e assoluti. L’amore quando avevo 20 anni era amore puro, mi avessero chiesto di tagliarmi una mano lo avrei fatto senza pensarci due volte. Una lacrima che scendeva era solo un’emozione tradita, una piccola delusione che sembrava essere la più insostenibile, quasi mai mancanza di forze, mai profonda e infinita tristezza. E una risata nasceva da dentro ed era spesso segno di una gioia incontenibile, difficilmente era solo liberatoria e tutto era sospeso tra il sogno e l’illusione della realtà.
La mia vita, tanti anni fa, in questo periodo dell’anno, sembrava una commedia brillante dove tutto può succedere, dove per “tutto” si intendeva “possono succedere tantissime cose, ma tutte saranno belle”.
La scuola stava per finire e fatte le ultime interrogazioni l’estate incipiente la si percepiva pieni di eventi che ci avrebbero coinvolto, di sensazioni di trasporto, canzoni nuove, il concerto di Vasco a giugno (sempre, da anni) che si andava a vedere anche a torino o a bergamo per urlare che “siamo solo noi” e arrivare a fine serata sudati, abbronzati, senza voce, con le orecchie che fischiano, spossati, spensierati.
E serate passate con rossetto, gonne corte e scarpe coi tacchi per i locali di milano, quelli fighi, con la selezione all’ingresso che alle volte capita anche di rimanere fuori, perché sembrava essere anche quella una parte essenziale di quel momento, una parte della trama della commedia.
E poi, come in tutte le cose, è arrivata la fine.
Il sipario è calato sulla commedia brillante e, ironia della sorte, è calato proprio quando iniziava la stagione estiva, più o meno come in questi giorni
La mia giovinezza è finita a 22 anni. Morta insieme a quello che era il mio ragazzo di 10 anni fa. Il 18 giugno del 1997 c’era la stessa temperatura e lo stesso cielo che ormai da qualche anno il clima sempre più rovente ci propone dai primi giorni di maggio. Non ho mai più indossato il vestito che avevo quel giorno. “Quel giorno” rappresenta l’intervallo, gli spettatori si alzano, si sgranchiscono, vanno a bere qualcosa, poi la commedia riprende, è sicuro, ma non si sa con che toni, non ci si immagina con quali battute, non ci si aspettava nemmeno questo ultimo colpo di scena… andava tutto così bene, era tutto così normale… e poi?
Quando si rialza il sipario la commedia brillante lascia il posto alla vita vera. Basta illusioni, basta sogni, solo realtà. Il tacco e il rossetto non servono più, le relazioni sempre pure ma non più totalizzanti.
Si rialza il sipario e ci sono io, quella di oggi che non sa più nemmeno cosa sia un filo di trucco
Questo caldo di metà maggio, ogni anno orami da anni, mi ricorda di essere uscita dal guscio di una realtà ovattata con dolore, sofferenza, inaspettatamente. Di esserne uscita con un lutto. E questo caldo e questi odori di sambuco e i pioppi che invadono la città me lo ricordano di continuo.
Mi ricordano di continuo che ancora, forse di nuovo inaspettatamente, la mia vita potrà essere completamente stravolta, ribaltata, che tra 10 anni, guardandomi indietro, di nuovo non mi riconoscerò più e di nuovo delle vecchie foto, che saranno più nuove di quelle vecchie di oggi, dirò “non sono io, quella lì, quella che vedi, non sono io…”
Will you stay with me, will you be my love
Among the fields of barley
We’ll forget the sun in his jealous sky
As we lie in fields of gold

















