Archivio per lavoro

Memorie di un Cecchettaro nella neve

Ieri sera al Teatro della Cooperativa,  per soli 6 spettatori (ahimè), si è esibito Giorgio Felicetti in uno spettacolo sulla vita operaia.

Il testo, scritto da Felicetti, Nicolini e Chesi è un monologo semplice e asciutto, recitato in cadenza marchigiana, sulla storia della Cecchetti e su chi, dagli anni 40 e per quasi quarant’anni, ci ha lavorato.
Solite storie direbbe qualcuno, di cui non si parla mai abbastanza aggiungerei io, o di cui si sa sempre troppo poco.

55 minuti di riflessione, ironia, storia d’Italia,  visti dalla vita di fabbrica, di sveglia alle 5 del mattino, di spogliatoi senza nemmeno una doccia, di tute blu tutte intere che trasformano chi le indossa in uomini da sposare, in uomini con il lavoro sicuro e garantito perchè rappresentano un taglio netto con l’incerto e il sottopagato lavoro dei campi.

Anni e anni di lavoro duro e pericoloso, perchè chi lavora in certe fabbrica già si sa che campa poco, chi sta alle verniciature, chi sta alla fonderia, chi sta alla sega circolare,  chi si fa un bel sonnellino sui sacchi di amianto dopo la pausa pranzo… e giorno dopo giorno la fabbrica ti uccide.

Ti uccide in diversi modi: con una disattenzione che si trasforma in invalidità a vita, con un sonnellino che girono dopo giorno si trasforma in tumore.

Ma anche di padroni illuminati che dentro alla fabbrca creano la “provvida”, spaccio aziendale dove gli operai possono acquistare tutto, ma proprio tutto a basso costo e anche a credito.

Le Officine Cecchetti di Civitanova Marche nel 1994, dopo una serie di vicissitudini legate a continui cambi di proprietà chiude e lascia a casa i suoi uomini, la causa principale è ovviamente la presenza dell’amianto in fabbrica, la neve. Sì perchè le fibre d’amianto venivano trasformate in fiocchi filabili ed erano così morbidi, simili alla neve…

Commenti (2) »

Il nostro sangue

Il sangue dei bambini costa caro”, gridava lo striscione della gente di Chiaiano: ma forse no, invece, quel sangue è a buon mercato. E può, anzi deve irrigare l’immagine plastica dello Stato. Il pugno di ferro che s’abbatte sull’”inconveniente della società”.

Adesso è una popolazione in lotta per la vita, la salute e la terra. E giacché sono uomini, donne e bambini, ben venga il sangue, anche di questi ultimi.

Domani sarà l’esercito disarmato del lavoro migrante, se cercherà di resistere alla sua criminalizzazione, stabilita per sancirne la schiavitù. E sacrosanto sarà mostrare il trofeo del sangue dello «straniero», perché stia al suo posto.

Dopodomani saranno le donne, se tenteranno di difendere la libertà di scelta. E sarà bene che il volto maschio dello Stato si sporchi un poco di sangue muliebre.

Dopodomani ancora sarà lo studente, il precario della ricerca, la giovane leva dell’economia della conoscenza, se proverà a invertire l’immiserimento culturale del Paese, se rivendicherà libertà di accesso e di riproduzione del sapere. E un sacrificio di sangue giovane servirà a domare gli spiriti ribelli.

E’ cosa buona e giusta che l’autorità si affermi sui corpi, contro i corpi. E’ democratica, perché la esercita chi ha vinto le elezioni. E’ sovrana, perché a schiacciare i corpi umani che resistono è il corpo dello Stato. E’ legale, perché a coronare la repressione si fanno leggi che la moltiplicheranno.

Anubi D’Avossa Lussurgiu “Liberazione” 25.05.08

Lascia un commento »

la vita che vorrei

è esattamente questa:

Commenti (1) »

May Day May Day

Il 25 aprile e il 1 maggio Milano mi manca.

Cosa accumuna le due giornate di festività e il capoluogo lombardo?

E’ chiaro: le manifestazioni.

La manifestazione nazionale del 25 aprile è sempre molto partecipata, aprono il corteo le istituzioni, l’ANPI, la banda del comune e a seguire una marea umana che ospita circoli ARCI, ARCIGAY, CENTRI SOCIALI, SINDACATI, ASSOCIAZIONI ONLUS e chi più ne ha più ne metta… e tutti insieme, tra musica e cori si parte da porta Venezia e si arriva in piazza Duomo, passando per la nera San Babila.

Una marea umana festante, una goduria totale. Una festa pe rnon dimenticare.

Anche il 1 maggio al pomeriggio c’è una bellissima manifestazione, all’interno della quale però non c’è un cazzo da festeggiare. E’ il MAYDAY, il giorno di San Precario ed è una manifestazione che serve a buttare in faccia alla gente che non lo sa (e purtroppo ce n’è tanta, troppa) che il mondo del lavoro non è più quello di una volta.

Ho provato a spiegare a mio papà, l’altra sera, che oggi anche i lavoratori del teatro alla scala sono precari, anche quelli della banca lo sono e quelli della moda e quelli dei supermercati e bla bla bla….

Ho provato a raccontare ad una collega di mia sorella, che fa l’infermiera da molti anni, che nella fantastica e giovane azienda in cui lavoro ci sono dei consulenti non proprio giovanissimi, bravi, che si fanno il culo tutti i giorni, che sono pagati due lire per un contratto MENSILE e vengono pure pagati in ritardo.

Ho provato a spiegare ad una delle mie “brillanti” colleghe che se la situazione lavorativa delle persone più giovani non si risolve in contratti VERI nessuno mai pagherà i contributi per le nostre pensioni (quelle che devono arrivarci a compensazione del nostro tfr, chiaramente).

Sguardi spenti.

Pronto, c’è qualcuno?

Quindi quello che può sembrare una chiara realtà, per molti non lo è.

Ho però capito che il segreto per essere informati su queste situazioni è avere dei figli che ne sono coinvolti.

Le mamme che hanno filgi precari in genere sanno tutto di stage, co.co.co, co.co.pro, co.pro.co e altre 22 forme contrattuali create da silvio e non riviste da romano.

Di qui nasce una manifestazione con carri allegorici (il tradizionale carro di Serpica Naro è imperdibile, così come lo è quello di Cascina Torchiera Senz’acqua) colorata e rumorosa in cui il coming-out è forse eccessivo ma necessario.

Io quest’anno non ci sarò, ma sono sicura che anche questa volta, il MAYDAY sarà un successo!


Lascia un commento »

Io sono il mio tempo libero

orologio.jpg

Io non sono il mio lavoro

E rimango sempre sorpresa di quanta gente incontro ed è convinta di parlarti di sé semplicemente raccontandoti del suo lavoro, di quello che fa o non fa, degli incarichi o del tempo che dedica alla sua attività professionale.

Ti raccontano che si annullano completamente per poter portare eroicamente avanti il loro lavoro, tendenzialmente sempre abbastanza ben retribuito.

Ci mancherebbe che per 1000€ al mese uno debba anche lavorare il sabato e la domenica.

Per quello che mi riguarda io alle 17.20 devo essere fuori dall’ufficio e alle 17.30 devo aver già la testa su tutte le cose che mi interessano, lo stipendio mi serve solo a portare avanti quest’ultime.

Io lavoro solo per avere la possibilità di andarmi a comprare una pianta che mi piace o un libro che mi hanno consigliato o per comprarmi i biglietti di uno spettacolo teatrale al quale invito mia mamma e il mio fidanzato e ho il piacere di pagare per tutti.

Nulla di più.

Il resto del tempo che passo fuori dall’ufficio è solo mio e guai a chi melo tocca.

Ho deciso così e mi piace così.

E mai e poi mai passerò una serata in compagnia raccontando di quello che svolgo per essere retribuita, parlerò dell’ultimo libro che ho letto, di come mi fanno girare le palle quelli che votano berlusconi (il minuscolo è d’obbligo), del desiderio di fare un viaggio, di come è difficile riuscire a condurre una vita diversa da quella ordinaria che ci viene proposta tutti i giorni negli ingranaggi della quale anche io sono invischiata

ma cerco di sopravvivere.

e mi domando: perché è così difficile trovare altre persone che vogliano sopravvivere insieme a me e a cui  poter portare le mille espressioni di me?

di sicuro non quelle del mio lavoro.

Commenti (1) »

Di lavoro faccio la passacarte

E’ proprio così, la mia job description è “passacarte”, almeno secondo il mio modesto parere.

La parola che ho scelto non è casuale, nel senso che lavorando nell’ambito dei corsi finanziati si genera un sacco di carta, purtroppo a volte inutile.

Cerco di ovviare a questo inconveniente riciclando il più possibile i fogli, quando stampo o mando dei fax uso il retro di carta già stampata solo fronte (qualcuno potrebbe obiettare che si rovina il tamburo del toner e probabilmente è anche vero, ma non so che fare, è più forte di me, non riesco a buttare via della carta usata solo da un lato) ma questo non mi sembra sufficiente, quindi per dare un altro piccolissimo segnale alle persone che lavorano con me, in calce alla mia mail, oltre alla firma “istituzionale”, dove la mansione “passacarte” è sostitutita da un altisonante “account manager”, metto sempre questa dicitura:

p.png Before printing, think about Environmental Responsibility!

La soddisfazione è massima quando vedo che qualcuno a cui scrivo, a sua volta, la utilizza.
Quindi prendetene e fatene uso. Le persone spesso non si rendono conto di quanta carta stampano inutilmente e poi buttano semplicemente via!

Lascia un commento »

Donne, al lavoro!

Roma ore 11 romaoreundici.jpg

di Elio Petri
regia Mitipretese
con Anna Gualdo, Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres



Sarà ospite al teatro dell’Elfo ancora per pochi giorni questo ottimo lavoro del teatro Eliseo di Roma e delle 4 attrici in scena che sono poi anche le registe.

Roma ore 11, spettacolo scritto da Elio Petri, trasposizione teatrale di un film girato nel 1952 da Giuseppe De Santis, si rifà ad un fatto di cronaca italiana e porta a teatro il problema del lavoro femminile nell’arco temporale che va dagli anni 40 fino ai nostri giorni.

Con un’ironia pungente e un senso critico che a tratti fa addirittura male per come colpisce dritto al cuore e alla mente, lo spettacolo parte da un “innocente” annuncio per la selezione di una segretaria “di miti pretese” per parlare delle condizioni sociali e culturali delle donne a partire dal secondo dopoguerra. Gli argomenti trattati sono attuali ancora oggi, la segretaria “oggetto” e bella presenza con quell’aria di una che ci sta, vanto di tanti uffici più o meno in vista, l’emancipazione impossibile della donna che si trova ancora oggi legata a problematiche familiari che spesso impediscono una vera affermazione professionale, il problema della classe sociale e della voglia di riscattarsi da situazioni familiari spesso disastrose e imbarazzanti.

Emozionante e divertente, un’ora e mezza di spettacolo che scivola via tra i diverse racconti delle protagoniste della drammatica e vera vicenda in cui a causa del crollo di una scala 1 donna perde la vita e 77 donne in attesa di un colloquio rimangono ferite.

Da non perdere.

Commenti (2) »