Archivio per Libri

Come ho perso la guerra

E’ una storia scritta in forma di poesia ed è una poesia scritta in forma di romanzo.
Ne ho apprezzato le sensazioni, l’idea politica, il racconto storico, il sentimento di ribellione, le emozioni intense, lo sgomento e l’incomprensione.
Le pagine mi hanno avviluppato con le loro parole… ed è stato un enorme piacere farsi cullare da questa storia.

Credevamo di combattere una guerra locale, senza aver capito che era globale, credevamo ancora nei vecchi copioni da film western, da una parte i buoni dall’altra i cattivi. [...] Ci sembrava di combattere una guerriglia termale e non avevamo capito. Nessuno di noi aveva capito che la guerra prima di farla andava compresa, andava studiata. [...] Nell’era della massificazione d’élite, simboleggiata dall’”esclusivo per tutti”, non era possibile separare i civili dai militari, non si poteva esportare la democrazia, al massimo importare la dittatura

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L’anno del giardiniere

Immagine di L'anno del giardiniere
All’interno di Diario di qualche mese fa hanno pubblicato un piccolo estratto del “manualetto” di Karel Čapek, intitolato “L’anno del giardiniere”. Le illustrazioni semplici e il bel modo in cui quelle poche pagine erano scritte non mi ha fatto esitare nemmeno per un istante: quel libro DOVEVO leggerlo. In libreria pensavo di trovarlo nella parte dedicata alla manualistica e al giardinaggio, invece con mia somma sorpresa lo trovo tra i libri di narrativa.

Mi aspettavo un manuale di giardinaggio dall’approccio un po’ originale e alla fine mi  trovo tra le mani e sotto gli occhi un vero gioiellino che racchiude in poche pagine piccole  summe di antica saggezza che affronta con ironia e gentilezza un po’ “datata” e così difficile da trovare oggi, i problemi che il giardiniere, uomo non molto comune, sicuramente originale, impegnato, incompreso e forse anche un po’ extraterrestre, incontra e cerca di risolvere durante i dodici mesi dell’anno. Il linguaggio utilizzato è così prezioso e antico, i termini ricercati con estrema accuratezza.

Già la prefazione ci allerta dicendoci che il testo soffre un po’ la traduzione dal cecoslovacco, ma ciò nonostante io l’ho trovato davvero prezioso e illuminante. Questo libro mi ha ricordato che sono un’ingenua, se ho creduto anche per un solo istante di potermi improvvisare giardiniera!

“…quindi con umiltà ti rendi conto dell’impotenza dll’uomo; comprendi che la pazienza è la madre della saggezza…”"

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Banana Football Club

Immagine di Banana Football Club
In una bigia e pigra  domenica mattina ho finito di leggermi “Banana Football Club”.
L’idea nasce da un bel racconto e Otto Gabos la tramuta in un bel fumetto.
Otto Gabos non mi delude quasi mai.
Non so come faccia a rendere le sue tavole sempre così vivide. Questa volta prende spunto da un romanzo di Roberto Perrone, personaggio che non conosco da nessun punto di vista, e regala volti, parole e colori (i colori insieme alla moglie) ad una bella storia di ragazzi, amicizia, spogliatoio e calcio.
Non il calcio chiassoso dei grandi campioni, ma il calcio vissuto dai ragazzi che popolano le tante squadre cittadine e ragazzi che a loro volta si rifanno a quei mitici mostri sacri che anni fa popolavano squadre meno note rispetto a quelle di oggi. Il Cagliari di Gigi Riva per esempio.
Otto Gabos è sardo ed è stato, e forse è ancora, un tifoso del Cagliari. Una bella graphic novel. Bravo Otto!

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Storia color terra

Immagine di Storia color terra vol. 1
Ho terminato di leggere ieri sera questo bellissimo volume edito da Planeta De Agostini, il primo di tre.
Vicissitudini lavorative non mi fanno nutrire molta simpatia per questa casa editrice, ma devo dire che le scelte editoriali mi sembrano sempre molto azzeccate.
Una storia “tenera” sul rapporto madre-figlia, sul rapporto uomo-donna, nella Corea degli anni ‘40. Le illustrazioni sembrano frammenti di sogno con tratti delicatissimi. Bellissimo.

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Amelie Nothomb e il paradosso dell’inferno gelido

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Ieri sera al teatro Filodrammatici, bellissimo capolavoro architettonico di “grande teatro” in versione “piccolo teatro”, nel cuore più segreto di Milano, ho ri-visto la messa in scena di “Libri da ardere”, scritto da  Amelie Nothomb.
Ho “ri-visto” perchè avevo già avuto modo di assistere alla lettura scenica dello spettacolo, ma in un certo senso non mi era bastata, così ho approffitato della nuova messa in scena (nella scorsa stagione teatrale me la ero persa) per non farmelo scappare nuovamente.

Io non so per quale motivo, ma dai libri della Nothomb non sono attratta  per niente. Non posso dire che non mi piacciano, perchè non li ho mai letti, ma tutte le volte che me li sono trovata davanti in libreria, e vi assicuro che sono molte, non ho avuto neppure il desiderio di acquistarli o la curiosità di leggerli.
Semplicemente li apro, li sfoglio, penso che almeno uno potrei provare a leggerlo e poi lo rimetto giù per poi dimenticarmene completamente. Forse è colpa delle grafiche di  copertina, forsa il fatto di vederne tanti e tutti rigorosamente dello stesso spessore (normalmente basso) o forse il lettering, insomma li ho sempre snobbati.

Però lo spettacolo ri-visto ieri sera, recitato in modo impeccabile da Elio de Capitani, Elena Russo Arman e Corrado Accordino, è trascinante, è un vortice che porta davvero agli inferi e gli inferi, in questa storia, sono il freddo e le bombe. Il freddo, la guerra come nuovi protagonisti che pervadono la quotidianità e una nuova necessità di sopravvivenza che , come è ovvio, sovverte i normali rapporti umani.
Allora anche la dissertazione culturale si inverte, il focus non è più su quale libro salveresti dalla distruzione, ma su quale bruceresti per primo pur di avere qualche minuto di tepore. E spostare l’ottica delle cose è sempre molto affascinante, nonostante i risultati siano a volte abominevoli. Mi è piaciuto, molto… ma comunque non so se comprerò mai un libro della Nothomb.

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Io come Paul

Ieri sera ho finito di rileggere per la seconda volta questa storia scritta e disegnata da Michael Rabagliati.

Un tratto semplice per una storia semplice e tenera, sulla giovinezza e sui sentimenti puri che si vivono prima che il mondo adulto ci rapisca e confonda con le sue disillusioni e le sue amarezze.

Paul, dopo aver lasciato la scuola ed essersi scontrato con una prima fallimentare esperienza lavorativa, partecipa ad un campo scout per aiutare ragazzi in difficoltà. Nel racconto di quel campo scout ho ritrovato le belle sensazioni della vita di gruppo, quel sentirsi “una cosa sola” quando si è tutti insieme immersi nella natura e lontani dalla civiltà,  le paure del campeggio nel bosco, la scomodità di avere una latrina (un buco scavato nella terra e coperto da una tenda), gli incontri con gli animali notturni e gli insetti fastidiosi, l’inquietudine delle notti passate nelle tende, soprattutto quando si ha poca esperienza, ritratti con  ironia.

E poi la sfida quotidiana di riuscire a fare qualcosa di buono per qualcuno meno fortunato di noi, la sfida di crescere mentre le porte dell’età adulta sono all’orizzonte.

E poi l’amore, ovviamente! Quando si è lontani dalla città, dallo studio, dal lavoro, dalla frenesia e il nostro corpo si fonde con il suo antenato selvaggio tra fuoco, torrente e  bosco e lo spirito di gruppo diventa perfetto… ecco che c’è posto oltre che per l’amicizia, anche per l’amore, che riesce a ritagliarsi uno spazio  a misura solo per quei tempi e per quei luoghi, difficile portarselo in città, esattamente come gli amori estivi.

Ci sono proprio io disegnata in questa romanzo, ci sono io che ho paura nel bosco, ci sono io che mi sento responsabile del gruppo che accompagno, ci sono io che mi innamoro di un ragazzo e dei luoghi che ci hanno ospitato, ci sono io che faccio di tutto pur di non usare la latrina ufficiale, ci sono io che mi sento parte di un gruppo invincibile e indivisibile.

Poi si cresce e tutto assume una piega diversa. Il tempo ha diviso il gruppo e lo ha reso anche perdente.

Il ricordo però rimane vivo e quelle sensazioni che credevo sepolte le ho trovate proprio qui, tra le pagine di questa storia.

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Un buon libro e un ottimo vino

Storia controversa dell’innarestabile fortuna del vino Aglianico del mondo” di Gaetano Cappelli edito da Marsilio.

Sul web si trovano pareri molto contrastanti su questo libro, c’è chi lo trova fantastico e chi lo descrive totalmente privo di basi, il mondo è bello perchè e vario e per quel che mi riguarda a me è piaciuto molto.

Sarà il fatto che condivido la mia vita con un Lucano, sarà che il suddetto Cappelli è un collega del padre del mio compagno, sarà che almeno un paio di volte l’anno frequento Potenza e questa storia controversa parte proprio dal capoluogo di regione più alto d’Italia, cioè proprio Potenza.

Sarà anche che mi piace l’ Aglianico.

Quello che bevo io è delle cantine “I F.lli Leonardo e Donato Masi“, una piccolissimo vigneto che basta giusto all’autoproduzione di uva da vino per un anno per due famiglie e qualche bottiglia regalata agli amici più intimi.

E’ anche grazie a questo non del tutto trascurabile dettaglio che mi sento coinvolta da questo romanzo, che è un romanzo certamente “leggero” ma estremamente piacevole e che fa quello che ogni buon romanzo dovrebbe  fare: ti fa sognare, ti fa prendere le parti dei personaggi, ti ritrovi a tifare per uno contro un altro, ti trasporta attraverso lo svolgersi degli eventi fino all’ironico finale. E diciamo che l’Aglianico, nominato fin dal titolo, più che da padrone, fa da sfondo, da leit motiv, da anello di giuntura, sicuramente non da protagonista. Ma forse è proprio così che si svolgono anche le improbaili vicende della nostra vita, perchè sono proprio quegli elementi che pare ci accompagnino senza avere troppo importanza che, alla fine e spesso inaspettatamente, ci fanno prendere importanti risoluzioni, permettono grandi ribaltoni e spesso decidono addirittura loro per noi.

Ho chiuso il libro con il sorriso sulle labbra o forse è più corretto dire che ho letto tutto il libro con il sorriso.

E’ così raro di questi tempi  trovare dei romanzi che mi divertano, che siano spumeggianti senza essere stupidi o banali, difficile anche trovare scritti che siano geniali per la loro tecnica narrativa senza per questo essere  intricati o pesanti nella lettura.

Non mi lascerò sfuggire il suo precedente “Parenti lontani” perchè ho già la sensazione che non mi deluderà.

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Henri Charriere, la noce di cocco e un bellissimo libro

Sabato scorso ci siamo comprati una bella noce di cocco, ieri l’abbiamo aperta e ne abbiamo mangiata una parte.

Per me oggi la noce di cocco è legata in modo indissolubile ad uno romanzo che ho letto parecchi anni fa: Papillon di Henri Charriere.

L’autore, ergastolano e condannato ingiustamente, racconta della sua prigionia  nella guyane francesce,  racconta di tentate evasioni, di speranze, di isolamento, di digiuni punitivi, d’amore, di fiducia, di denuncia e di isolamento.

Papillon  è il soprannome con cui Charriere veniva chiamato “per via del suo petto tatuato con una farfalla, ad indicare il volo e quindi la libertà.

Libertà che alla fine riesce ad ottenere, non tramite la giustizia, ma grazie ad un ennesimo tentativo di evasione e alla libertà ritrovata seguirà un nuovo libro dal titolo Banco, che narra il dopo prigionia, libro ormai introvabile, se non nel mercato dell’usato.

Ora, giustamente, verrebbe da chiedere, che centra tutto questo con il cocco? bhè, Papillon è un romanzo in cui il cocco svolge una parte molto importante, infatti il nostro eroe sopravvive alla sua crudele storia di prigionia  non solo grazie alla sua forte personalità, ma grazie anche ad una guardia che di nascosto gli dà dei pezzi di cocco.

Il cocco infatti è ricco di potassio, contiene anche sodio, calcio e fosforo. Ha un alto contenuto in lipidi ed è molto calorico… e permette a Papillon di sopravvivere ad uno degli isolamenti e digiuni più duri che gli vengono inferti a seguito di una evasione andata male.

Così ora, tutte le volte che mi mangio il mio quadratino di questo preziosissimo frutto penso sempre all’avventura di Charriere, uno dei più libri che io abbia letto!

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A mano armata – Vita violenta di Giusva Fioravanti

Scorrono rapidamente le pagine di questo libro  che, con calcolato distacco, racconta la gioventù dell’ormai arcinoto Valerio Fioravanti.
Sembra di leggere un bel romanzo alla Carlotto, un Lucarelli appassionante, si ha sempre voglia di girare la pagina successiva per sapere con cosa ci stupirà il cinico Giuseppe Valerio.
La trama assorbe completamente il lettore, come in una storia noir ben scritta e dal prezzo di copertina non troppo alto.
E ad ogni pagina che giriamo ci stupisce non solo il protagonista,  ma tutto contesto in cui si muove. Ci stupiscono i suoi comprimari (Francesca Mambro e Cristiano Fioravanti), i luoghi che fanno da scenografia, dipinti come le città in cui ci muoviamo
tutti i giorni e come covi e stanze che si possono solo immaginare.

Vie, piazze, targhe di marmo che oggi ricordano che in quell’angolo una persona è stato uccisa per mano fascista, in quell’altro un’altra persona è stato uccisa per mano comunista e mentre il libro scorre si attraversano dieci anni di storia italiana, da piazza Fontana alla strage di Bologna, tragedie che non si possono e non si devono dimenticare. Tragedie per le quali è stato difficile ottenere anche solo parziale giustizia.


Bravo Giovanni Bianconi a raccontarci dei NAR, dell’attacco armato e della vita da terrorista come risposta ad un universo politico che Fioravanti e “i suoi” considerano inadeguato, per esprimere il proprio disagio e il proprio dissenso alle istituzioni e allo Stato; bravo a non farci dimenticare della storia di Giusva, di   Francesca Mambro e  dei tanti che hanno riempito le pagine di cronaca, ma soprattutto a non farci dimenticare della nostra storia.

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Dopo di lei

Roberto, mio fratello di pelle ma non di sangue, una delle persone a cui devo di più nella vita, mi consiglia sempre dei libri.

“Dopo di lei” di Jonathan Tropper è l’ultimo che mi ha regalato.

E mi fa piangere e mi fa ridere di continuo, esattamente come nella dedica che mi ha vergato a penna nera sulle prima pagine e io non potrò mai essergli abbastanza grata per avermi incontrato e voluto come amica.

E’ la vita, tutto qui. Non c’è lieto fine, solo giorni lieti, momenti lieti. L’unica vera fine è la morte, e credimi, nessuno muore felice. E il prezzo per non essere morti è che le cose cambiano di continuo, e l’unica cosa su cui puoi contare è che non ci puoi fare assolutamente niente.” J. Tropper

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