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Scivola, scivola vai via… via da me!

Ho un preciso ricordo dei concerti di Vinicio Capossela ai quali ho assistito, ne conto almeno 8 e non mi sembrano pochi.

Concerti in cui eravamo veramente 4 gatti in quello che è stato il centro sociale più “in” a Milano, poi ne ricordo uno sotto i portici della stazione centrale in un freddo 26 dicembre, lui sempre molto eccentrico, spesso abbastanza ubriaco piano piano è approdato anche al concerto in teatro e c’ero anche lì.

Nei concerti, che ricordo più sentiti, si passava da Pongo sbronzo, al Ballo di san vito a che cos’è l’amor, transitando per canzoni malinconiche, non necessariamente solo d’amore ma anche sulla grigia e piovosa milano, sulla solitudine e sull’abbandono e che sapientemente miscelate formavano un carica esplosiva, concerti in cui si ballava come pazzi e la canzone un po’ più lenta dava l’opportunità di andare a bersi una birra, riprendersi, asciugarsi il sudore.

Concerto dopo concerto, passando per incontri in Feltrinelli per il lancio/lettura del suo libro (?) ,si è arrivati a star seduti in teatro, per finire (almeno per quello che mi riguarda) nella baia del silenzio mortalmente annoiata, vedermi girare i tacchi e abbandonare l’evento.

Non mi sembra vero ma è proprio andata così…

Sabato sera a Sestri levante, per il premio Andersen, Vinicio Capossela si è esibito nella bellissima cornice del baia del silenzio (cornice in cui un mio amico ha anche la fortuna di avere l’ufficio…), a bordo di un piccolo peschereccio ancorato nella baia ha voluto deliziare i suoi spettatori con un reading.

Letture tratte da Moby Dick, da declamare direttamente dal mare. L’idea di partenza non sembra male, se ben strutturata…

A parte il libro di Melville, che già non rappresenta proprio un esempio di facile lettura e dà grosse difficoltà nell’essere macinato pagina dopo pagina anche ai lettori più accaniti, lui si rivolge al pubblico lagnandosi infinitamente. Inascoltabile. Va bene, magari ogni due pagine ci infila una canzone, pensano la maggior parted ei presenti, seduti sulla stuoia fornita gentilmente dall’amministrazione comunale, invece no, le canzoni non arrivano, o meglio alcune canzoni proprio non arrivano, ma non c’è nemmeno l’atmosfera per farle arrivare e in un certo qual modo stonerebbero addirittura con il contesto, allora vai di capitano Achab, vai di avvistamenti, di guizzi di balena bianca intervallati solo da alcuni stacchetti a mo’ di filastrocca che si ripetono come litanie infinite e si mescolano alle letture. Un risultato sorprendente, un tutt’uno così ben fuso da essere pesante come un macigno, da essere inascoltabile e oltremodo soporifero.

Qualcuno dal pubblico, sfiancato dalla lettura di Melville, urla anche “vogliamo coss’è l’ammor” ma la baia non accoglie il grido, che di sicuro non arriva fino al piccolo peschereccio dove sta esibendosi il nostro, sempre più visionario.

Del resto ormai era qualche anno che ci stava lavorando per farci abituare a questo nuovo modo di comunicarci la sua arte e le sue idee, a partire dalla pubblicazione del libro (?) in cui quello che viene raccontato (?) si scolla completamente dall’idea di racconto, di romanzo, di descrizione, per spostarsi in una realtà parallela e decisamente visionaria. Qui, a Sestri Levante la visionarietà, ovviamente, continua.

Delusione e ormai certezza, Vinicio Capossela è cambiato, come molti artisti, giustamente , lo sono. E’ corretto evolversi e seguire una propria strada, si è noiosi quando si è sempre fedeli a se stessi.

Giro le spalle alla spiaggia e me ne vado, chiuso un altro capitolo. Anche io sono cambiata.

“…E ci siam poi noi musicisti
un po’ beoni, un poco artisti
compagnoni e nati tristi
sempre afflitti dal denaro
perche’ la roba costa caro
ma l’arte e’ cosa sacra e seria da salvar
per cento sacchi alla serata
facciamo una vita sregolata
ma il grande mito ci ha fregato
che sei un eroe se sei suonato…”

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