Archivio per storia

Ogni tempo

Ogni tempo ha il suo fascismo.
A questo si arriva in molti modi,
non solo con il terrore e l’intimidazione poliziesca,
ma anche distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia,
diffondendo la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine.

Primo Levi 1974

Grazie a Un mondo di bene

Lascia un commento »

I nostri Nonni

Nelle pieghe delle rughe dei nonni con cui si chiacchiera
si nasconde una vita intera

e se guardi bene riesci anche a leggerla.

La leggi nelle mani dure dalle unghie spesse, nello sguardo lucido,

nella postura affaticata,

nella barba che non  riesce più  rasa come un tempo,

nelle orecchie ingrandite dall’età, per il troppo ascoltare, per il troppo sentire.

C’è una storia che vuole essere raccontata se sai come fare per fartela raccontare.

se sai come leggerla

se sai interpretarla.

I nonni sono un tesoro prezioso, sono il nostro inizio visibile, sono gli ultimi dei nostri antenati.

I nonni sono il legame con la nostra storia.

Lascia un commento »

vergogna d’italia

Forse, a seguito della sentenza di martedì sui fatti di Bolazaneto, ci sentiremmo di essere daccordo con il fatto che  la magistratura è da rifare.

Ma questa è un’idea fuorviante e la sentenza di martedì è l’ulteriore conferma che il problema con cui abbiamo a che fare non riguarda esattamente la magistratura ma lo stato.

Uno stato odioso, razzista, purulento, invischiato e tutto da rifare, uno stato che ci regala l’esercito in strada, uno stato nel quale io inizio seriamente a vergognarmi di abitare.

Questa sentenza cade come un’ulteriore mannaia su una situazione giudiziaria stroicamente insopportabile, almeno relativamente a tutti i fatti “nodali” del nostro passato di “italiani brava gente”.

Una sentenza odiosa, che cancella sofferenze ed umiliazioni, che riduce e minimizza senza chiamare le cose con il loro nome: tortura, consumata in uno stato che si professa civile, in uno stato che tutela l’uomo e i suoi diritti, in uno stato in cui è necessario denunciare e punire fatti che non hanno a che fare  con la dignità, con il rispetto, con la tutela. Uno stato che in vent’anni non ha mai trovato il tempo di aggiornare i suoi codici al diritto internazionale.

In uno stato in cui il reato di tortura non esiste, era indispensabile dover ufficializzare e punire ciò che è successo a Bolzaneto.

Invece, a distanza di 7 anni arriva una sentenza cieca, che non vede la gravità degli atti, derubricandoli ad abuso d’ufficio e a violenza privata, che non ferma il punto sull’inaccetabilità  delle gravi violenze fisiche e morali e fa scivolare via  tutto come se si fosse trattato di cose che … sì, non dovrebbero, ma possono succedere…

Invece a tutti questi fatti, denunciati da oltre 200 persone, segue il vuoto giudiziario.

L’immagine delle forze dell’ordine non ne esce nemmeno scalfita.

Quindi sentiamoci ormai ufficialmente parte del nostro nuovo e riconfermato stato, non più democratico, ma di polizia.

Lascia un commento »

A mano armata – Vita violenta di Giusva Fioravanti

Scorrono rapidamente le pagine di questo libro  che, con calcolato distacco, racconta la gioventù dell’ormai arcinoto Valerio Fioravanti.
Sembra di leggere un bel romanzo alla Carlotto, un Lucarelli appassionante, si ha sempre voglia di girare la pagina successiva per sapere con cosa ci stupirà il cinico Giuseppe Valerio.
La trama assorbe completamente il lettore, come in una storia noir ben scritta e dal prezzo di copertina non troppo alto.
E ad ogni pagina che giriamo ci stupisce non solo il protagonista,  ma tutto contesto in cui si muove. Ci stupiscono i suoi comprimari (Francesca Mambro e Cristiano Fioravanti), i luoghi che fanno da scenografia, dipinti come le città in cui ci muoviamo
tutti i giorni e come covi e stanze che si possono solo immaginare.

Vie, piazze, targhe di marmo che oggi ricordano che in quell’angolo una persona è stato uccisa per mano fascista, in quell’altro un’altra persona è stato uccisa per mano comunista e mentre il libro scorre si attraversano dieci anni di storia italiana, da piazza Fontana alla strage di Bologna, tragedie che non si possono e non si devono dimenticare. Tragedie per le quali è stato difficile ottenere anche solo parziale giustizia.


Bravo Giovanni Bianconi a raccontarci dei NAR, dell’attacco armato e della vita da terrorista come risposta ad un universo politico che Fioravanti e “i suoi” considerano inadeguato, per esprimere il proprio disagio e il proprio dissenso alle istituzioni e allo Stato; bravo a non farci dimenticare della storia di Giusva, di   Francesca Mambro e  dei tanti che hanno riempito le pagine di cronaca, ma soprattutto a non farci dimenticare della nostra storia.

Lascia un commento »

La famiglia lodo

Lascia un commento »

Scivola, scivola vai via… via da me!

Ho un preciso ricordo dei concerti di Vinicio Capossela ai quali ho assistito, ne conto almeno 8 e non mi sembrano pochi.

Concerti in cui eravamo veramente 4 gatti in quello che è stato il centro sociale più “in” a Milano, poi ne ricordo uno sotto i portici della stazione centrale in un freddo 26 dicembre, lui sempre molto eccentrico, spesso abbastanza ubriaco piano piano è approdato anche al concerto in teatro e c’ero anche lì.

Nei concerti, che ricordo più sentiti, si passava da Pongo sbronzo, al Ballo di san vito a che cos’è l’amor, transitando per canzoni malinconiche, non necessariamente solo d’amore ma anche sulla grigia e piovosa milano, sulla solitudine e sull’abbandono e che sapientemente miscelate formavano un carica esplosiva, concerti in cui si ballava come pazzi e la canzone un po’ più lenta dava l’opportunità di andare a bersi una birra, riprendersi, asciugarsi il sudore.

Concerto dopo concerto, passando per incontri in Feltrinelli per il lancio/lettura del suo libro (?) ,si è arrivati a star seduti in teatro, per finire (almeno per quello che mi riguarda) nella baia del silenzio mortalmente annoiata, vedermi girare i tacchi e abbandonare l’evento.

Non mi sembra vero ma è proprio andata così…

Sabato sera a Sestri levante, per il premio Andersen, Vinicio Capossela si è esibito nella bellissima cornice del baia del silenzio (cornice in cui un mio amico ha anche la fortuna di avere l’ufficio…), a bordo di un piccolo peschereccio ancorato nella baia ha voluto deliziare i suoi spettatori con un reading.

Letture tratte da Moby Dick, da declamare direttamente dal mare. L’idea di partenza non sembra male, se ben strutturata…

A parte il libro di Melville, che già non rappresenta proprio un esempio di facile lettura e dà grosse difficoltà nell’essere macinato pagina dopo pagina anche ai lettori più accaniti, lui si rivolge al pubblico lagnandosi infinitamente. Inascoltabile. Va bene, magari ogni due pagine ci infila una canzone, pensano la maggior parted ei presenti, seduti sulla stuoia fornita gentilmente dall’amministrazione comunale, invece no, le canzoni non arrivano, o meglio alcune canzoni proprio non arrivano, ma non c’è nemmeno l’atmosfera per farle arrivare e in un certo qual modo stonerebbero addirittura con il contesto, allora vai di capitano Achab, vai di avvistamenti, di guizzi di balena bianca intervallati solo da alcuni stacchetti a mo’ di filastrocca che si ripetono come litanie infinite e si mescolano alle letture. Un risultato sorprendente, un tutt’uno così ben fuso da essere pesante come un macigno, da essere inascoltabile e oltremodo soporifero.

Qualcuno dal pubblico, sfiancato dalla lettura di Melville, urla anche “vogliamo coss’è l’ammor” ma la baia non accoglie il grido, che di sicuro non arriva fino al piccolo peschereccio dove sta esibendosi il nostro, sempre più visionario.

Del resto ormai era qualche anno che ci stava lavorando per farci abituare a questo nuovo modo di comunicarci la sua arte e le sue idee, a partire dalla pubblicazione del libro (?) in cui quello che viene raccontato (?) si scolla completamente dall’idea di racconto, di romanzo, di descrizione, per spostarsi in una realtà parallela e decisamente visionaria. Qui, a Sestri Levante la visionarietà, ovviamente, continua.

Delusione e ormai certezza, Vinicio Capossela è cambiato, come molti artisti, giustamente , lo sono. E’ corretto evolversi e seguire una propria strada, si è noiosi quando si è sempre fedeli a se stessi.

Giro le spalle alla spiaggia e me ne vado, chiuso un altro capitolo. Anche io sono cambiata.

“…E ci siam poi noi musicisti
un po’ beoni, un poco artisti
compagnoni e nati tristi
sempre afflitti dal denaro
perche’ la roba costa caro
ma l’arte e’ cosa sacra e seria da salvar
per cento sacchi alla serata
facciamo una vita sregolata
ma il grande mito ci ha fregato
che sei un eroe se sei suonato…”

Lascia un commento »

Ciao Sbancor

Ci ha lasciato Sbancor, dopo averci letteralmente illuminato, stupito, spiegato come vanno alcune cose oscure ai più, il primo maggio ci ha lasciati qui, senza di lui.

Ho recuperato in un vecchio post il necrologio che lui stesso si era scritto

Sbancor è morto: particolari in cronaca.

Sbancor è morto in uno scontro frontale con un autobotte di vodka russa, guidata da uno stalinista di nome “Keoma” (il cui vero nome nulla mi dice di più sull’infame soggetto). Solo gli stalinisti attaccano le persone e non le teorie. Tant’è che Stalin, sembra, ci sia morto avvelenato.
“Niente pettegolezzi, il defunto li odiava” V.Majakovsky
Buon anno a tutti

F. L. (Sbancor)

Molti dei suoi interventi sono raccolti su Carmilla. Vale la pena leggere e riflettere.

Ne riporto uno pubblicato nel novembre del 2007 a proposito dell’appello “Triangolo Nero” ovvero: i delitti individuali non giustificano castighi collettivi.

“La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L‘omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.

Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.

Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?

Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.

Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.

Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani – dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia – pagano salari da fame ai lavoratori.

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.

Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.

E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.

Nessun popolo è illegale.”

Lascia un commento »

25 aprile 2008

Letto su un manifesto attaccato ad un cestino fermata M1 Precotto:

“25 aprile
ieri lotta partigiana
oggi lotta metropolitana”


Lascia un commento »

…escluso il cane, non rimane che gente assurda…

E’ in giornate come queste che penso a quanto mi manca un artista come Rino Gaetano.

Svegliarsi dopo una due giorni di argomenti politici assurdi e non poter accendere la radio e sentire una canzone sfacciatamente ironica che prenda per il culo un po’ tutti, che dica che siamo sempre allo stesso punto e che ancora più di ieri, non reggiamo più.

Avrebbe potuto proporci un restyling di nuntereggae più facendo qualche modifica al testo, tipo sostituire … che ne so, Gianni Brera, passato ormai a miglior vita, con Umberto Bossi.

E poi potremmo aggiungere Maria de Filippi (da affiancare a Costanzo, già presente nella lista), il grande fratello e si potrebbe fare un bell’elenco tipo quello che usciva su Cuore anni fa, che permetteva di fare una lista delle cose che paicevano e non piacevano ed era aggiornata di volta in volta in base alle preferenze dei lettori.

Oppure una bella canzone nuova che parli delle sue origini Crotonesi, di essere poi residente a Roma, nel cuore dell’ impero in una paese dove impazza la Lega e sentirsi estraneo a casa propria e chiacchierare dei paradossi che ne conseguono.

Potrebbe anche essere una melodia ben orecchiabile che elenchi tutti i benefit di cui godono i nostri parlamentari

Oppure un testo che racconti dei nuovi operai che votano a destra, che il pensiero di sinistra è diventato extraparlamentare o dell’appiattimento culturale italiano, o del nulla che avanza che invece ci sembra così pieno, della mancanza di idee, del quasi totale vuoto televisivo, degli elettrodomestici comprati a rate, insieme alle vacanze, dell’importanza di guidare un suv, di tutte le tariffe della telefonia mobile disponibili, di quanto ci danno fastidio gli extracomunitari che un domani se la pensione non ce la pagano loro non ce la pagherà nessuno,… cose facili, cose di questo tipo, piccole scene di vita quotidiana cantate così come lui ci ha abituato.

Perché questa era la sua magia: idee importanti recitate e cantate con ironia, sbeffeggiate, prese dalla nostra routine, a partire dall’orario del 27 notturno fino al nostro inno nazionale.

Una bella canzone o un intero album in cui ci faccia capire chiaramente che ride di noi e lo fa pubblicamente e diffonde il suo riso moltiplicato in radio in televisione (ammesso che qualcuno lo ospiti) e ci faccia ridere a nostra volta di noi stessi, ci faccia riflettere, stimoli le nostre sinapsi.

E con una pungente cattiveria ci faccia aprire gli occhi su questa terribile realtà.

a te che odi i politici imbrillantinati
che minimizzano i loro reati
disposti a mandare tutto a puttana
pur di salvarsi la dignità mondana
a te che non ami i servi di partito
che ti chiedono il voto un voto pulito
partono tutti incendiari e fieri
ma quando arrivano sono tutti pompieri”

Mi manca Rino Gaetano.

Lascia un commento »

Formidabili quelle lotte

Lunedì 7 aprile il teatro Strheler ha ospitato in anteprima uno spettacolo tratto dal libro di Mario Capanna “formidabili quegli anni”, dove per “quegli anni” ci si riferisce, ovviamente, al ’68, un numero che racchiude in sé una serie di eventi che tutti dovremmo conoscere.

Uno spettacolo emozionante, soprattutto grazie all’interpretazione di Giulio Casale che trasmette vibrazioni e pensiero politico dando voce ai pensieri di Mario Capanna.

La rappresentazione racconta i fatti di quegli anni, le manifestazioni, il terrorismo, i fatti da Avola, ma soprattutto lo spettacolo vuole catturare la rivoluzione culturale che il 68 ha portato in Europa, una rivoluzione che ha illuminato e unito studenti e operai in un’unica comune lotta: quello dell’affermazione dell’individuo contro un sistema oppressivo e omologante.

Giulio Casale è anche un esperto di teatro canzone, quindi alterna sapientemente la recitazione all’interpretazione di canzoni di quel momento storico, non posso nascondere di aver provato un brivido a canticchiare sotto voce la “canzone di maggio” di De Andrè e “la storia siamo noi” di De Gregori.

In fondo cosa chiedo ad uno spettacolo teatrale? Chiedo di emozionarmi, chiedo che mi insegni la vita, che mi possa lasciare qualcosa a cui pensare nei giorni successivi alla rappresentazione, che mi dia delle idee e stimoli la mia mente e la mia curiosità.

Questo spettacolo, in modo molto semplice, con un allestimento senza troppe pretese,riesce a fare tutto questo.

E poi io sono di sinistra e quindi mi sono sentita partecipe.

O forse la forza di certe idee è così coinvolgente che risulta molto difficile sottrarvisi.

Lascia un commento »