Archivio per Teatro

La numero 13

Cristina Crippa ha gli occhi che sembrano spiritati mentre recita “la Numero 13″ di Pia Fontana in scena al teatro dell’Elfo questa settimana.

Regia di Elio De Capitani e in scena solo lei: Cristina Crippa. Marito e moglie, un binomio perfetto, un equilibrio ricavato da un affiatamento totale… non solo lavorativo.

Su un fondale completamente bianco, che andrà a tingersi di giallo man mano che le parole accompagnano lo spettatore attraverso questo monologo di follia che pare lucidità, lei parla, sorride, canta e si guarda intorno con occhi sgranati.

Non ho mai letto nulla di Pia Fontana ma mi ha incantato il susseguirsi delle parole recitate.

Cristina Crippa ha dato corpo a speranze e paure e follia, e  quello che scrive sul programma di sala rende molto bene l’idea:  ha  incamerato e poi ributtato fuori, in faccia ai pochi spettatori racchiusi in un teatro completamente stravolto dal punto di vista strutturale, stralci di vita reinterpretata…

Come avviene nella nostra mente a volte, in cui ci raccontiamo realtà differenti rispetto alla  quotidianità che viviamo tutti i giorni, mentiamo a noi stessi per stare bene, dipingiamo di giallo le nostre pareti per nascondere il bianco che ci sta sotto, perchè il bianco non ci piace…

E quindi colpi di pennellessa, gialli chiari, luminosi, belli… e poi la descrizione della numero 13, la tomba del cimitero monumentale, un angelo senza testa con ali dorate e il corpo blu, per sfuggire alla morte, all amiseria della vita, alla verità.

“Piccolina mia, quando noi moriremo andremo in putrefazione, ma tu no… tu no… tu sarai come questo angelo, con le ali dorate e il vestito blu… “

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Amelie Nothomb e il paradosso dell’inferno gelido

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Ieri sera al teatro Filodrammatici, bellissimo capolavoro architettonico di “grande teatro” in versione “piccolo teatro”, nel cuore più segreto di Milano, ho ri-visto la messa in scena di “Libri da ardere”, scritto da  Amelie Nothomb.
Ho “ri-visto” perchè avevo già avuto modo di assistere alla lettura scenica dello spettacolo, ma in un certo senso non mi era bastata, così ho approffitato della nuova messa in scena (nella scorsa stagione teatrale me la ero persa) per non farmelo scappare nuovamente.

Io non so per quale motivo, ma dai libri della Nothomb non sono attratta  per niente. Non posso dire che non mi piacciano, perchè non li ho mai letti, ma tutte le volte che me li sono trovata davanti in libreria, e vi assicuro che sono molte, non ho avuto neppure il desiderio di acquistarli o la curiosità di leggerli.
Semplicemente li apro, li sfoglio, penso che almeno uno potrei provare a leggerlo e poi lo rimetto giù per poi dimenticarmene completamente. Forse è colpa delle grafiche di  copertina, forsa il fatto di vederne tanti e tutti rigorosamente dello stesso spessore (normalmente basso) o forse il lettering, insomma li ho sempre snobbati.

Però lo spettacolo ri-visto ieri sera, recitato in modo impeccabile da Elio de Capitani, Elena Russo Arman e Corrado Accordino, è trascinante, è un vortice che porta davvero agli inferi e gli inferi, in questa storia, sono il freddo e le bombe. Il freddo, la guerra come nuovi protagonisti che pervadono la quotidianità e una nuova necessità di sopravvivenza che , come è ovvio, sovverte i normali rapporti umani.
Allora anche la dissertazione culturale si inverte, il focus non è più su quale libro salveresti dalla distruzione, ma su quale bruceresti per primo pur di avere qualche minuto di tepore. E spostare l’ottica delle cose è sempre molto affascinante, nonostante i risultati siano a volte abominevoli. Mi è piaciuto, molto… ma comunque non so se comprerò mai un libro della Nothomb.

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L’amore non è possesso…

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…ma è cura, dedizione, pazienza.
Ci vuole ricordare questo lo spettacolo allestito al Teatro Studio in queste giornate, rappresentazione infrasettimanale per le scuole e solo nel fine settimane per il pubblico serale, quindi diciamo quello adulto.
In scena ci sono i bambini, accompagnati da Andrea onasson, che in passato ha avuto la fortuna di lavorare con Giorgio Strehler e vengono rappresentate, tratte da Alfonso Sastre e Bertolt Brecht, “La storia della bambola abbandonata” e “Il cerchio di gesso del Caucaso”.
Due racconti che hanno in comune lo stesso quesito di fondo: “le cose sono di chi le lavora, di chi le migliora, di chi le ama oppure di chi le ha ricevute senza aver fatto nulla per conquistarle?
Uno spettacolo imperdibile, tenero, delicato e commovente; poi io come al solito, alla fine, non riesco a trattanere una piccola lacrimuccia sulla ninnananna cantata con così tanto amore da una bimba alla sua bambola, stringendosela delicatamente al petto.
 

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Blasted, i dannati di Sarah Kane

L’inferno è la violenza, l’inferno è la guerra, è lo stupro, è un bambino che muore di stenti, è una crisi epilettica che non sai mai come starai quando sarà finita, l’inferno è una camera d’albergo di lusso in cui il personale è straniero, l’inferno è la volgarità, il sesso senza amore, l’ubriachezza sudata e vomitata, l’inferno è sul palco in questa piece di Sarah Kane. Imperdibile.

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Miglior spettacolo di prosa 2008

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Memorie di un Cecchettaro nella neve

Ieri sera al Teatro della Cooperativa,  per soli 6 spettatori (ahimè), si è esibito Giorgio Felicetti in uno spettacolo sulla vita operaia.

Il testo, scritto da Felicetti, Nicolini e Chesi è un monologo semplice e asciutto, recitato in cadenza marchigiana, sulla storia della Cecchetti e su chi, dagli anni 40 e per quasi quarant’anni, ci ha lavorato.
Solite storie direbbe qualcuno, di cui non si parla mai abbastanza aggiungerei io, o di cui si sa sempre troppo poco.

55 minuti di riflessione, ironia, storia d’Italia,  visti dalla vita di fabbrica, di sveglia alle 5 del mattino, di spogliatoi senza nemmeno una doccia, di tute blu tutte intere che trasformano chi le indossa in uomini da sposare, in uomini con il lavoro sicuro e garantito perchè rappresentano un taglio netto con l’incerto e il sottopagato lavoro dei campi.

Anni e anni di lavoro duro e pericoloso, perchè chi lavora in certe fabbrica già si sa che campa poco, chi sta alle verniciature, chi sta alla fonderia, chi sta alla sega circolare,  chi si fa un bel sonnellino sui sacchi di amianto dopo la pausa pranzo… e giorno dopo giorno la fabbrica ti uccide.

Ti uccide in diversi modi: con una disattenzione che si trasforma in invalidità a vita, con un sonnellino che girono dopo giorno si trasforma in tumore.

Ma anche di padroni illuminati che dentro alla fabbrca creano la “provvida”, spaccio aziendale dove gli operai possono acquistare tutto, ma proprio tutto a basso costo e anche a credito.

Le Officine Cecchetti di Civitanova Marche nel 1994, dopo una serie di vicissitudini legate a continui cambi di proprietà chiude e lascia a casa i suoi uomini, la causa principale è ovviamente la presenza dell’amianto in fabbrica, la neve. Sì perchè le fibre d’amianto venivano trasformate in fiocchi filabili ed erano così morbidi, simili alla neve…

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Il GOverno della caMORRA è sul palco

Sabato sera ho dato il via alla stagione teatrale 2008/2009 con il mio abbonamento ai Teatridithalia.

Un’ ottima inaugurazione con lo spettacolo del Teatro Mercadante di Napoli che ha portato in scena GOMORRA, un estratto dal libro dell’ormai arcinoto Roberto Saviano, affascinante e maledetto… mi viene da aggiungere in scioltezza.

Bravi gli attori, sia quelli che si fanno amare che quelli che si fanno odiare.

Scene semplici e dialoghi taglienti, di quelli che proprio fanno male,  feriscono per la semplicità e il distacco con cui pensieri pesanti diventano parole pronunciate  crude e troppo  distanti dalla nostra patinata (in)civiltà.

Sui loro volti, alla fine dello spettacolo, si legge tutta la consapevolezza con cui recitano uno spettacolo così duro e tutta la responsabilità di cui si sentono caricati: raccontare la loro terra in questo modo triste, rappresentare uno spettacolo che parla di Gomorra in giro per l’Italia, affinchè l’opera di Saviano sia conosciuta sempre di più e davvero a tutti  perchè chi non ama il cinema può vederla a teatro, chi non ama il teatro può leggerla,  chi non ama leggerla ne ha sentito sicuramente parlare, perchè l’importante è parlare per iniziare a  conoscere e per poter capire.

Perchè è essenziale  capire per potersi difendere.

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La magia della neve

Dicono che Slava Polunin sia il Clown più bravo del mondo e che sia diventato, grazie al suo spettacolo, anche il più famoso.

Non so esattamente cosa mi aspettassi quando ho prenotato due posti per il suo “Snow Show”, ma qualsiasi cosa io abbia pensato non si avvicina nemmeno minimamente a quello che è stato.

Entrando in sala delle luci blu, intense, dall’alto tagliano la platea, e sui sedili e per terra pezzettini di carta velina bianca: è già neve!

Poi le luci si abbassano e lo spettacolo inizia.

Non è più Slava in persona ad indossare la grande tuta gialla, ad allungarsi ed accorciarsi, a spaventarsi, a raccontare; Slava segue ormai da dietro le quinte i suoi allievi che portano in scena lo spettacolo… ma solo in pochissimi lo sanno e comunque non è fondamentale: Yellow, si chiama così il personaggio, accompagna il pubblico in un viaggio che è il viaggio della vita di Slava e poi anche il viaggio della vita di ognuno di noi, dove momenti di serenità, spensieratezza e tranquillità si alternano a momenti di estremo dinamismo, di dolce malinconia, di risate e anche di tristezza. Sono così tante le sensazioni che si provano e ci colgono così impreparati da arrivare a fine spettacolo e provare un senso di stordimento che dura almeno per le 24 ore successive.

Non mi è mai capitato di essere a teatro e di vedere la gente che alla fine dello spettacolo invece di andare a casa, rimane là, sotto il palco, con l’espressione sorridente e intontita, intenta a toccare le scarpe dei clown che hanno preso parte allo show, ed è esattamente qui che Slava è riuscito a compiere il miracolo, a fare in modo che gli spettatori si portino veramente lo spettacolo a casa.

Io ho accompagnato mia mamma e l’ho vista ridiventare bambina e ridere e commuoversi e saltare ed allungarsi per prendere parte al grande spettacolo che coinvolge tutti i presenti, indifferentemente dalla prima all’ultima fila. Proprio lei ha voluto uscire dal teatro con in mano un grosso pallone gonfiabile bianco e ce lo siamo portati con i mezzi ATM fino a casa per almeno 45 minuti, canticchiando

Blue canary
di ramo in ramo
gorgheggi al vento
il tuo richiamo.

Blue canary
attendi in vano
che torni al nido
chi andò lontano.

Ogni fior del mio giardino
sullo stelo s’è reclinato
ed ascolta intimidito
la tua favola accorata.

Sopra i rami del grande pino
da quel nido dimenticato
s’ode a sera disperato
il richiamo a chi è partito.

Blue canary
che affidi al vento
le tristi note
del tuo tormento.

Blue canary
nel bel tramonto
ti sento amico
del mio rimpianto

Blue blue blue canary
tweet tweet tweet si perde l’eco
se piangi o canti al tramontar
tweet tweet ripete il vento.

Questo il miracolo di Slava, far sognare quelli che già sono bambini e sull’onda delle emozioni riportare alla loro fanciullezza quelli che bambini, almeno anagraficamente, non sono più.

E’ magia.

“Per me la neve è una cosa reale, è il legame con la mia infanzia…

E’ un’immagine bellissima, come un abito da sposa, come un foglio bianco quando un pittore comincia a disegnare,ma nello stesso tempo mi riempie di paura e di freddo…

Come spesso succede alle cose che affascinano i bambini…”

Slava Polunin

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Formidabili quelle lotte

Lunedì 7 aprile il teatro Strheler ha ospitato in anteprima uno spettacolo tratto dal libro di Mario Capanna “formidabili quegli anni”, dove per “quegli anni” ci si riferisce, ovviamente, al ’68, un numero che racchiude in sé una serie di eventi che tutti dovremmo conoscere.

Uno spettacolo emozionante, soprattutto grazie all’interpretazione di Giulio Casale che trasmette vibrazioni e pensiero politico dando voce ai pensieri di Mario Capanna.

La rappresentazione racconta i fatti di quegli anni, le manifestazioni, il terrorismo, i fatti da Avola, ma soprattutto lo spettacolo vuole catturare la rivoluzione culturale che il 68 ha portato in Europa, una rivoluzione che ha illuminato e unito studenti e operai in un’unica comune lotta: quello dell’affermazione dell’individuo contro un sistema oppressivo e omologante.

Giulio Casale è anche un esperto di teatro canzone, quindi alterna sapientemente la recitazione all’interpretazione di canzoni di quel momento storico, non posso nascondere di aver provato un brivido a canticchiare sotto voce la “canzone di maggio” di De Andrè e “la storia siamo noi” di De Gregori.

In fondo cosa chiedo ad uno spettacolo teatrale? Chiedo di emozionarmi, chiedo che mi insegni la vita, che mi possa lasciare qualcosa a cui pensare nei giorni successivi alla rappresentazione, che mi dia delle idee e stimoli la mia mente e la mia curiosità.

Questo spettacolo, in modo molto semplice, con un allestimento senza troppe pretese,riesce a fare tutto questo.

E poi io sono di sinistra e quindi mi sono sentita partecipe.

O forse la forza di certe idee è così coinvolgente che risulta molto difficile sottrarvisi.

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Donne, al lavoro!

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di Elio Petri
regia Mitipretese
con Anna Gualdo, Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres



Sarà ospite al teatro dell’Elfo ancora per pochi giorni questo ottimo lavoro del teatro Eliseo di Roma e delle 4 attrici in scena che sono poi anche le registe.

Roma ore 11, spettacolo scritto da Elio Petri, trasposizione teatrale di un film girato nel 1952 da Giuseppe De Santis, si rifà ad un fatto di cronaca italiana e porta a teatro il problema del lavoro femminile nell’arco temporale che va dagli anni 40 fino ai nostri giorni.

Con un’ironia pungente e un senso critico che a tratti fa addirittura male per come colpisce dritto al cuore e alla mente, lo spettacolo parte da un “innocente” annuncio per la selezione di una segretaria “di miti pretese” per parlare delle condizioni sociali e culturali delle donne a partire dal secondo dopoguerra. Gli argomenti trattati sono attuali ancora oggi, la segretaria “oggetto” e bella presenza con quell’aria di una che ci sta, vanto di tanti uffici più o meno in vista, l’emancipazione impossibile della donna che si trova ancora oggi legata a problematiche familiari che spesso impediscono una vera affermazione professionale, il problema della classe sociale e della voglia di riscattarsi da situazioni familiari spesso disastrose e imbarazzanti.

Emozionante e divertente, un’ora e mezza di spettacolo che scivola via tra i diverse racconti delle protagoniste della drammatica e vera vicenda in cui a causa del crollo di una scala 1 donna perde la vita e 77 donne in attesa di un colloquio rimangono ferite.

Da non perdere.

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